Una settimana … di Dio (CE)

“Una settimana … di Dio”: la Grazia della Missione Giovani a Capua

“L’emozione non ha voce …”: così cantava Adriano Celentano. Ed è proprio così. Come si può pensare di tramutare in parole ciò che, di diritto, appartiene solo al cuore? Sarebbe come cercare di afferrare l’aria, trattenere il respiro, fissare il sole per più di cinque secondi. Altrettanto ‘titanica’ sembra l’impresa di spiegare, riassumere, fare opera di sintesi di quanto è accaduto qui, a Capua, in quella che potrebbe essere definita “Una settimana … di Dio”: dal 6 al 14 dicembre, la città ha vissuto la gioia della celebrazione di due Sacramenti, un’Ordinazione e un Matrimonio, e ha accolto la Missione Francescana per i giovani. Un tempo, questo, di immensa Grazia! È come se il Signore avesse voluto ulteriormente dimostrare quanto grande e abbondante sa essere il Suo modo di donare, regalando ai figli Suoi un assaggio di quella felicità e di quella beatitudine che, amplificata all’infinito, ha preparato per ognuno di noi in Paradiso. In modo particolare, il Buon Dio, in questo Tempo di Avvento, che è tempo di attesa e speranza, ha voluto, senza mezze misure, rispondere alle ‘attese’ di quei figli Suoi che non smettono di avere ‘fame e sete’ di felicità: i giovani. Diceva San Giovanni Paolo II: “È Gesù che cercate quando sognate la felicità, è Lui! E vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate. È Lui la bellezza che tanto vi attrae, è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita, è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere”. Noi giovani siamo soliti dare alla felicità vari nomi, identificandola con grandi obiettivi di vita: essere importante, divertirsi sempre, essere famoso, fare un mucchio di soldi, diventare un campione, eccellere nel lavoro … si potrebbe continuare all’infinito, perché infinita è la nostra sete di felicità. E seppure ci capita di vivere anche in una sola di queste circostanze, sentiamo, comunque, che manca qualcosa: rimane uno strano sapore amaro, come se qualcosa non si fosse ancora totalmente compiuto. Molto spesso, il raggiungimento di grandi traguardi ci abitua a gioire solo delle grandi cose, dimenticando quelle piccole e significative forme di felicità che ci passano sotto gli occhi nel quotidiano. Felice sembra essere, pertanto, colui che ha tutto, colui che è realizzato nelle cose che ha progettato di fare: lavoro, famiglia, figli, amici, fidanzato, studio … E Dio? Viene messo tra parentesi, e, all’occorrenza, come un distributore automatico, ci torna utile a seconda della richiesta che ‘guai a Lui!’ se non esaudisce: sarebbe la prova che non esisterebbe (e forse la conferma-scusa che cerchiamo per tenerLo una buona volta fuori dalla nostra vita!). Ebbene: felici noi, beati noi e beati tutti coloro che hanno avuto la Grazia di sperimentare la gioia che il Signore ha donato a tutti i giovani attraverso la Missione francescana! Non è materialmente possibile esprimere gli effetti di questo ‘vento dello Spirito’ che, dal 9 al 14 dicembre, ha costantemente soffiato sulla città, per le strade, nelle scuole, nelle famiglie, tra i giovani, nelle chiese. Il Signore si è servito di umili ‘lavoratori della vigna’: dieci suore, dieci frati e sedici giovani sono stati capaci di fermare il tempo, trasformando la settimana di Missione in un unico grande giorno di festa, una domenica senza fine! Un assaggio di Paradiso? Questo è certo! Benedetto XVI ci ricorda, nel suo libro Il Dio vicino, che “la vita eterna non è un’infinita sequenza di istanti, nei quali si dovrebbe cercare di superare la noia e la paura di ciò che non può avere fine. La vita eterna è quella qualità nuova dell’esistenza, in cui tutto confluisce nel ‘qui e ora’ dell’amore, nella nuova qualità dell’essere. Poiché si tratta di una qualità dell’esistenza, essa può già essere presente nel mezzo della vita terrena e della sua fuggevole temporalità”. Esperienza di vita eterna, dunque: assaggio di quel banchetto che il Signore ha preparato per ognuno di noi.

La città ha respirato aria di festa, di pienezza e di pace! Ogni giorno, sin dalle prime ore del mattino, i nostri missionari affidavano al Signore la loro giornata, coi loro timori ma anche con le loro gioie: dopo aver ‘fatto il pieno’, ricaricandosi spiritualmente mediante la preghiera delle Lodi dinnanzi al Santissimo Sacramento, esposto nella chiesa dell’Annunziata, i missionari si mettevano in marcia, incontrando i giovani nei luoghi da loro più frequentati: ogni mattina, nelle scuole, elementari, medie e superiori, e presso l’università di Economia; nel pomeriggio, per le strade della città e nei locali più frequentati. Accolti da un sorriso, molti giovani si sono aperti con gioia e curiosità all’invito di fra Manuel, fra Diego, fra Francesco Pio, fra Gianluca, e poi di suor Chiara, suor Gabriella, suor Eva, suor Monica, e dei giovani Simone, Irene, Elisa, Francesca, Andrea, Giacomo, Giorgia … È bello scrivere i loro nomi, è bello poterli riconoscere, ricordare i loro volti, i loro sorrisi accoglienti, quegli stessi sorrisi che hanno riempito di tangibile gioia la chiesa dell’Annunziata, fulcro di tutti gli incontri, e le strade della città. Sin dall’inizio, il senso della Missione è stato sempre questo: “Venire a cercarti!”. Il bisogno di essere cercati è forte nei nostri giovani, e lo si è visto da come hanno aderito a tutti gli appuntamenti per loro preparati: colloqui e confessioni con alcuni frati, dinnanzi a Gesù, esposto sull’altare dell’Annunziata, che accompagnava, ispirava e custodiva le preghiere, le lacrime e i desideri di ogni giovane che sopraggiungeva; e ancora, la Santa Messa celebrata ogni sera, affiancata dalla preghiera dei Vespri e seguita, poi, dagli incontri di catechesi. Volti nuovi, volti incuriositi, all’inizio forse anche un po’ diffidenti. Ma è bastato poco, davvero poco per far sentire tutti questi giovani a casa, nella loro casa, la Chiesa di Dio. In particolare, proprio le catechesi sono state decisive: seguendo un cammino preciso, ogni giovane è stato accompagnato, con dolce e paziente gradualità, alla scoperta di se stesso e alla ri-scoperta del proprio rapporto con Dio. Seguendo un po’ lo schema tipico di Papa Francesco, tre sono state le parole-chiave che hanno scandito il percorso a tappe: conoscersi, decidersi e giocarsi. Parole decisive, che da sole bastano a ‘stanare’ tutte le nostre paure e ci fanno finalmente avere quel ‘colloquio’ con noi stessi che, per inerzia, pigrizia e timore tendiamo sempre a rimandare, fino a dimenticarlo. Ma il Signore non si dimentica mai di noi, e prima o poi ci mette di fronte a quel che siamo: fragili, e sempre bisognosi di perdono. In una testimonianza, fra Fabio ha detto: “Se cerchi la perfezione, lascia perdere. Se cerchi la santità, mettiti in cammino”. Essere cristiani, ci ha spiegato, non significa raggiungere l’apice della perfezione, che non appartiene a noi ma solo al Nostro Creatore: essere cristiani significa soprattutto ri-conoscersi figli, figli amati dal Padre. E il Padre ci ama così come siamo, “a partire dai piedi”, a partire, cioè, dalle parti più sporche, più misere. Come ci ha spiegato, poi, fra Francesco, Dio non si vergogna di noi, non prova ribrezzo nell’abbracciare i nostri peccati, anche quelli più grandi; Dio non ci vuole perfetti, bravi, intelligenti, brillanti, perché nessuno è veramente così, anche se nella società molti vivono con queste maschere. Dio ci vuole solo belli, e la bellezza non è sporca; la bellezza profuma: viene dall’aver abbracciato il progetto d’Amore che Dio ha per ciascuno di noi, specialmente per i giovani, in cui sono riposti i più alti desideri e le più alte speranze. Non siamo chiamati a vivere la vita che gli altri si aspettano che facciamo: ognuno ha una sua vocazione, e solo il Signore può aiutarci ad ascoltare la voce che parla al nostro cuore. Dobbiamo, però, liberarci di tutto ciò che ‘pesa’: sulla Croce, ci ha spiegato fra Gianluca, Gesù resta con le braccia spalancate e non incrociate, poiché non vuole respingerci, ma accoglierci, abbracciarci; vuole che diamo a Lui tutti i nostri ‘pesi’, le nostre paure, le nostre incertezze, i nostri fallimenti quotidiani, poiché solo Lui ci libera da tutto. Ma per fare questo, bisogna eliminare tutte le false immagini che di Lui ci siamo costruiti (il Dio lontano, assente dalla nostra vita; il Dio ‘boss’, che sta a giudicarci dall’alto e a tener conto di ogni singolo errore che commettiamo; il Dio ‘distributore’, a cui ci rivolgiamo solo quando desideriamo che, a comando, risponda subito alle nostre esigenze, erogando favori e grazie su misura). Insomma, riconoscere Dio come quel Padre che non solo ha desiderio di amarci, nonostante i nostri errori, ma soprattutto vuole fare di noi strumenti del Suo Amore. Lui si serve di noi perché vuole farci scoprire che vale la pena giocarci per Lui, puntare su di Lui, senza paura, col cuore ricolmo di gratitudine per tutto ciò che ci dona. C’è un canto che ha accompagnato tutta la Missione: “Lode al nome Tuo, quando il sole splende su di me, quando tutto è incantevole; lode al nome Tuo, quando io sto davanti a Te, con il cuore triste e fragile, lode al nome Tuo”. Nella gioia e nel dolore, vale sempre la pena lodare il Signore e confidare solo in Lui, perché solo Lui può rispondere a quell’immensa sete di verità e di pace che grida dal profondo di ognuno.

Di fronte alle tante povertà che noi giovani sperimentiamo, di fronte alle incertezze del nostro tempo, il Signore ci dona la certezza che non siamo soli! Non ci promette assenza di problemi, ma ci assicura il Suo imperituro e sovrabbondante Amore, dimostrato col sacrificio della Croce. E come non gioire, dunque! Come non essere grati a Dio per il fatto di essere cristiani! I missionari, aiutando noi giovani a scoprire noi stessi e a rivalutare il nostro rapporto con Dio, è come se avessero tolto strati di polvere depositati sul cuore, e ci hanno lasciato un mandato importante: farci noi tutti testimoni di questa gioia! Non dobbiamo ‘convincere’: qui non si tratta di fare proselitismo (come dice Papa Francesco), o di difendere la ‘causa’ di Gesù. “Dio non ha bisogno di avvocati, si sa benissimo difendere da solo. Dio ha bisogno di testimoni”, dice don Tonino Bello: testimoni credibili e gioiosi; testimoni che siano profeti, uomini di fiducia e amici del Signore. A missione conclusa, non si può fare a meno di sentire la nostalgia per la bellezza di quanto accaduto in città. Ma i missionari non sono realmente andati via: tutti ci hanno lasciato un mandato, tutti ci hanno insegnato qualcosa, ed hanno gettato il primo seme: ora sta a noi, giovani della realtà di Capua, raccogliere buoni frutti, dando senso e continuità a quanto i missionari hanno avviato, partecipando ad un progetto di pastorale che vuole accompagnare ogni giovane in cammino verso l’immenso Amore del Cristo che della nostra vita vuole fare un vero capolavoro, unico, speciale e significativo. Ai Suoi occhi, ognuno di noi è prezioso: come diceva fra Francesco Piloni, “Noi valiamo il Sangue di Cristo, e lo valiamo tutto, perché Lui ci ama alla follia!”.

Giusy