Giocarsi la faccia!

“Vuoi venire alla missione Giovani a Roma?”

“Boh… va bene”

È iniziata così per me la Missione. Non troppo convinto, senza pensarci più di tanto.

Non sapevo bene come funzionasse una “missione”; sapevo solo che rompere le scatole ad altre persone per qualcosa che a loro non interessa, è una cosa che detesto.

Da quando anni fa ho smesso di fare il PR per una discoteca, da quando ho finalmente smesso di stressare la gente per convincerla a venire da qualche parte, pensavo di non dovermi più trovare in una situazione del genere.

E invece è successo. È successo da venerdì 9 Ottobre sera quando, appena arrivati a Centocelle, siamo stati lanciati per le strade di Roma, in una serata di pioggia, in un quartiere di universitari che dal mio punto di vista l’ultima cosa che volevano era essere fermati da un gruppo di ragazzi, frati e suore, che volevano parlare con loro e invitarli a degli incontri non ben chiari che sarebbero iniziati la settimana dopo.

Non ti nascondo la mia perplessità per quanto avevo cominciato a fare! Puoi immaginare un giovane che si stava bevendo una birra con gli amici, o che si stava girando una canna, come poteva rispondere a una proposta del genere… Soprattutto se quello che gli stava di fronte ero io, io che lì per lì non ci credevo neanche un po’ che quello che gli stavo dicendo lo interessasse anche solo lontanamente!

Allora ho deciso di prenderla come un gioco. Devo fare questa cosa? Va bene, facciamola… basta che finisca presto! Però dieci giorni sono lunghi… e al terzo, fratello/sorella mia, stavo davvero scoppiando…

Va bene la pioggia, va bene che c’è chi ti deride, va bene che c’è chi non ti calcola proprio, va bene…. Ma io sono qui… perché? Perché sto facendo questa cosa? Forse devo smetterla di accettare tutto quello che mi viene proposto… forse ci sono cose fatte per me e cose che non sono fatte per me, e devo solo imparare a discernere meglio…

Erano questi i pensieri che mi abitavano! Però almeno vedevo che non ero l’unico, e questa era una magra consolazione. Certo non sufficiente…

I giorni seguenti hanno cominciato a spiegarci meglio cosa vuol dire essere missionari, essere apostoli, mandati. Noi in effetti eravamo stati mandati dal vescovo, nella prima messa, con un vero e proprio mandato della Chiesa.

C’è un tempo per essere discepoli, per ascoltare, per meditare, per fare luce e verità dentro… C’è un tempo per essere apostoli, per portare quella luce e quella verità fuori di noi e illuminare…

In effetti se si rimane sempre e solo discepoli è come continuare a mettere olio in una lanterna senza accenderla mai… quell’olio prezioso che ti hanno versato dentro prima o poi deve farsi luce, deve farsi voce. Altrimenti che cosa serve?

Ma io questo che ti dico qui, là lo intuivo appena! Erano passati tre giorni, e io mi stavo sovraccaricando. Cominciavo a vedere davvero la povertà e la pochezza di certe persone che incontravo: delle facciate inscalfibili, delle vere e proprie corazze, erette contro chi stava soltanto cercando di portarti un po’ di sé, perché credeva che questo potesse in qualche modo riguardarti…

Quello che mi ha sconvolto però è che cominciavo a vedere non soltanto la loro povertà e pochezza… queste persone mi riflettevano tutta la mia di povertà e di pochezza! La mia chiusura, la mia facciata e corazza inscalfibile che avrei certamente esibito se io fossi stato al loro posto a bere una birra con certi miei amici…

Non basta sentire di avere molta fede, sentirsi vicini a Dio: la vera partita si gioca in strada, nella vita con gli altri. Cristo andava per le strade! Lui, vero uomo, non si è ritirato su un monte o in una città per stare da solo con Dio!

Se quella fede che dici di avere non s’incarna nelle tue relazioni, nel tuo metterci la faccia e nel prendere una posizione, allora la fede diventa solo una consolazione, un luogo sicuro in cui coccolarsi o crogiolarsi.

Io non sono riuscito ad entrare in questo passaggio fino a che non mi ci sono trovato dentro… o meglio, finché non mi ci hanno fatto trovare dentro.

Vedi, per me non era mai il momento di prendere una posizione: ‘Ci saranno altre occasioni…’ dicevo ‘questa non è l’occasione giusta per intervenire’. Oppure ‘Se adesso mi espongo non sarò più credibile e non riuscirò poi a far capire il messaggio cristiano che invece c’è dentro di me…’

Chiacchiere. Giustificazioni.

Pensi di essere testimone al momento giusto, ma non c’è un momento giusto. C’è un unico momento, che è questo. E ogni volta, sempre con gentilezza e buon senso, scegli di essere con Cristo oppure di rinnegarlo come fecero Pietro e Giuda il venerdì santo.

La buona notizia è che tutte le volte che lo hai rinnegato e che lo rinnegherai, Lui ti ha già perdonato e ti perdonerà… ma non senza sacrificio. Perché tu vali il sacrificio di Cristo, sempre. Ma non approfittarne in modo apatico, non essere indifferente a questo Suo sacrificio!

È esattamente questo che mi è scattato dentro dopo il terzo giorno della missione: quando, carico e gonfio della povertà e della sofferenza di molti sguardi incontrati, dopo aver incontrato anche il mio volto in mezzo a tutta quella folla di pecore senza una guida, il cuore mio si è mosso a compassione e davanti al Santissimo sono scoppiato in lacrime. Ho pianto tanto la terza sera, molto e per molto tempo.

Ora ho ricostruito il tutto, e ti posso quindi raccontare questa rilettura… Ma lì, gettato in ginocchio davanti al corpo di Cristo, piangevo e basta.

Vedevo la mia sofferenza, ero carico di quella delle persone incontrate e di quelle che vedevamo per strada a elemosinare un po’ di soldi o un po’ di attenzioni.

Ho capito perché ero lì, perChi ero lì. Ho capito che la sofferenza che portavo dentro era la stessa di Cristo… è chiaro che il paragone non regge il confronto. Io ci ho messo la faccia, al massimo ho preso qualche insulto, Lui si è preso delle flagellate e delle percosse ed è morto in croce per me… Ma ora, là, Gesù non mi stava chiedendo di morire in croce, né di prendere flagellate sulla schiena. Mi stava chiedendo di metterci la faccia per lui. Tutto qui. Poco o molto, quello era.

La missione è durata all’incirca un’altra settimana dopo quel momento, e tutto poi aveva preso un’altra piega… Non era più un gioco fastidioso, ma la mia vita giocata per qualcuno. E vedevo che ciò che avevo capito, anzi, quello che il Signore mi aveva fatto capire, esercitava una forza anche sulle altre persone che incontravo! Riuscivo a spiegarmi e a dire loro perché stavo facendo questa cosa e perché ero felice di farlo nonostante la fatica… riuscivo anche a far capire loro che m’interessava la loro felicità! Perché era vero! Non era più uno stressare gli altri né un convincerli a venire a questi incontri…

Era una mano tesa, uno sguardo che riesce a esserti vicino, a entrare in confidenza…. E là dove non si riusciva ad entrare, un sorriso e un saluto lasciavano comunque un precedente.

Partite sempre dal Santissimo, e tornate sempre al Santissimo.

È stata questa la chiave per entrare nella missione. Missione che non si è esaurita a Centocelle, ma che è stata dinamite per scoprire che anch’io posso essere quel volto d’amore che una volta mi ha guardato, e che mi guarda tutt’ora quando ho occhi per vedere. Gratuitamente hai ricevuto, gratuitamente dà. Dà per vivere nella persona di Gesù Cristo vivo e non nel Suo ricordo; dà per essere parte e sentirti parte di un corpo che è sposa di Cristo: una Chiesa che è Una, Santa, Cattolica e Apostolica.