Col cuore in marcia, chiamato alla meta !

Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo (Qo 3,11)…ed è proprio vero se ripenso che io questa marcia ero sicuro di non poterla fare, ma Lui aveva già deciso che la mia marcia dovesse essere proprio questa, e così è stato.

È col cuore pieno di gratitudine che sono arrivato a Passignano sul Trasimeno pronto per questa esperienza, ma soprattutto carico di tante aspettative: domande che avrebbero dovuto trovare una risposta ed intuizioni che avrebbero dovuto ricevere conferme, perché ho imparato a puntare alto con Dio, mosso dalla certezza che scommettendo con Lui c’è solo da vincere.

Uno dei momenti di svolta è arrivato già al terzo giorno, quando in un momento di silenzio e di sosta fisica, nella piena consapevolezza della fatica che i muscoli iniziavano ad accusare, mi sono accorto che c’era un muscolo di cui non mi stavo preoccupando credendolo già allenato, il cuore.

Ho percepito che anche il cuore aveva iniziato la sua marcia, ma che lo stavo lasciando indietro nonostante fosse proprio lui il motore del mio camminare. Mi sono fermato e nel silenzio di quel pomeriggio l’ho sentito rivelarmi il motivo per cui stavamo compiendo ogni passo: la meta. Da quel momento sapevo perché marciavo, perché c’era la Porziuncola da raggiungere ed è stato il sentirmi chiamato a quella destinazione che mi ha spinto ogni giorno a proseguire il viaggio con tutte le sue gioie e le sue difficoltà.

Ma ad una meta così importante ci si arriva preparati, ed era forse questo il significato di un pellegrinaggio così lungo: giungere a destinazione pronti a ricevere tutta la grazia che in cielo Qualcuno stava disponendo per noi.

E così insieme ad altri 270 marciatori abbiamo camminato verso Assisi interrogandoci sui nostri desideri, quelli veri, belli e alti. Abbiamo tutti dei desideri, quelli per cui ci svegliamo ogni mattina e affrontiamo la vita, quelli che ci fanno sospirare, desideri che ci parlano e danno significato alle nostre giornate: sono questi i desideri autentici, quelli che ci spingono oltre i nostri progettini, e che ci impauriscono perché ci oltrepassano e ci trascendono. Sono i desideri che non sanno troppo di umano, ma totalmente radicati nell’umanità fanno sì che ogni nostra azione possa parlare non solo di noi, ma di un Altro che è Amore, sono quei desideri che costano fatica ma che fanno innamorare perché sanno di divino. Ho capito che vale la pena spendersi per questi desideri che arricchiscono la vita di pienezza.

Ma questi desideri esigono una attento lavoro di ricerca e uno sguardo sincero su se stessi per scovarli e farli emergere, e soprattutto il coraggio poi di riconoscerli e accettarli come propri.

Un’esperienza edificante che ho vissuto durante quei giorni è stata la purificazione dei miei desideri; dopo averli scoperti, essi spesso portano con sé delle impurità che derivano dallo sguardo spesso chiuso, egoistico e moralista che abbiamo sul mondo, su noi stessi, sugli altri e su Dio. Sguardo che va rinnovato chiedendo il dono di poter guardare così come il Creatore guarda ogni sua creatura: ci si scopre allora così profondamente amati, voluti e desiderati che ogni prospettiva viene rivista sotto una luce diversa. Provando ad assumere questo nuovo sguardo su di me, mi sono riconosciuto figlio amato oltre ogni modo, desiderato tanto da essere stato pensato dal nulla per esistere, voluto tanto che l’eternità senza di me non sarebbe potuta essere.

Queste consapevolezze mi hanno permesso di scoprirmi più bello di quanto io mi vedessi, non per merito mio ma perché con tanta bellezza mi sono sentito guardato da colui che mi ha creato. Ho compreso che non ho il diritto di disprezzarmi nei miei errori e nelle mie cadute, ma ho anzi il dovere di prendermi cura di me quanto sbaglio, di consolarmi, perché a prescindere dalle mie mancanze io sono già amato per quello che sono, perché io non sono i miei errori o il mio passato o ancora quello che il mondo vuole che io sia, io sono desiderio desiderato che non aspetta altro se non di compiersi.

Questo nuovo sguardo è arrivato al momento giusto, durante i giorni che precedevano la festa del perdono di Assisi. Finalmente questa parola, perdono, assumeva nuovi significati. Ho imparato un nuovo modo di chiedere il perdono dei miei peccati, non come prima perché non ero riuscito a rispettare un insieme di norme che mi rendevano meno degno dell’Amore di Dio, ma perdono per non aver creduto fino in fondo alla mia bellezza che veniva tutta da Lui, per averla sciupata, per non essermi radicalmente affidato alle Sue mani di Padre e per essermi giudicato troppo severamente.

Ma la festa è stata anche scoprire che questo perdono non solo potevo riceverlo ma che potevo pure darlo, a me stesso e a chi non ero ancora riuscito a perdonare. Lo sguardo di Dio posato su di me mi ha donato di vedermi creatura fallibile ma, a prescindere dalle mie azioni, amabile e mi ha dato il dono di ampliare questo sguardo su altre persone che da sempre ho giudicato troppo severamente ma che ho guardato per la prima volta proprio come mi ero guardato io poco prima: fallibili, ma profondamente amabili anche solo per il fatto di esserci.

Ho imparato che perdonare è liberarsi di un peso eccessivo di cui il mio sguardo giudicatore mi aveva caricato, e che si opponeva alla mia autenticità; bastava solo amarsi e amare un po’ di più, ma mi è diventato possibile solo dopo questa forte esperienza di Amore ricevuto da un Altro che è Dio

 

Siamo esseri amati e fatti per amare, che per strada si complicano e si perdono nei pensieri e nei ragionamenti che scaturiscono da uno sguardo basso e ripiegato su se stessi. Basta solo guardare in alto, cambiare prospettiva e fare un passo oltre noi stessi per affidarci a un Padre che sta aspettando che i nostri occhi si levino a Lui, per restituirci uno cuore trasfigurato che sappia battere ad un ritmo divino che è melodia d’Amore, perché in fondo amare è una cosa semplice.

 

Gabriele