Ti basta la mia grazia!

“Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”

Quanto è difficile ammettere le proprie debolezze! Quanto è difficile dover chiedere aiuto, soprattutto a persone che non conosci, con cui stai condividendo solo un piccolo pezzo della tua storia, del tuo cammino!
Sono arrivato il 25 Luglio a Passignano sul Trasimeno, convinto che fossi assolutamente preparato a vivere l’esperienza della Marcia Francescana. Zaino professionale, medicinali per ogni evenienza, scarpette da trekking, un anno di allenamento e la convinzione che non sarebbe stata un’esperienza che avrebbe potuto mettermi in difficoltà. Fortunamente non è stato così. E “fortunatamente” perchè nelle mie debolezze, nei momenti di sconforto, quando pensavo di non farcela più, Lui mi è stato talmente vicino, mi ha mostrato una tale dolcezza e presenza che non potrò mai dimenticare.
La bellezza della marcia francescana è che, nonostante tutte le tue resistenze, ci sarà sicuramente quella giornata, quel momento, in cui abbandonando tutte i tuoi schemi, tue maschere, sei “costretto” a confrontarti con la parte di te più buia, che ti fa vergognare, che hai sempre tenuto nascosta. E questo succede nell’attimo in cui comprendi che da solo non puoi farcela, che devi chiedere aiuto a chi é in cammino con te.
Ho capito che non sarebbe stata un’esperienza facile già dal primo giorno di cammino, nella prima parte della mattinata, quella dedicata al silenzio personale. Il silenzio bisogna saperlo vivere. Bisogna lasciar lavorare la Parola dentro di te, farla entrare in profondità illuminando quelle parti di te che hai ignorato, messo da parte per troppo tempo. Durante una catechesi ci è stata posta la domanda “Vuoi guarire?” e mi sono reso conto subito che la mia risposta non era così scontata.
Ed era la domanda che mi risuonava continuamente nei momenti di silenzio, a cui non volevo né cercare né dare una risposta. Molte volte nella vita mi sono adagiato sulle mie difficoltà perchè avevo imparato a conviverci, nonostante mi facessero star male. L’idea di rompere quegli schemi che mi avevano aiutato a superare determinati momenti mi terrorizzava, quindi evitavo di pensarci, cercavo di riempire quelle ore con ogni pensiero possibile. Fortunamente il mio volere non è stato il Suo. E solo quando quel silenzio era diventato talmente assordante da diventare quasi insopportabile, sono riuscito a chiedere aiuto. Ho parlato delle mie difficoltà ai miei compagni marciatori, ai miei fratelli di cammino. Ho chiesto il loro sostegno nella preghiera per trovare il modo, il coraggio di affrontare finalmente quella domanda.
La loro risposta è stata davvero commovente. Il giorno successivo non mi hanno lasciato un attimo da solo, e mentre marciavamo, in silenzio, assolti nella meditazione, di continuo vedevo i loro occhi fissare i miei, sgranare il rosario con quel sorriso espressione di un sostegno discreto ma altrettanto reale. È grazie a loro che ho preso una delle decisioni più edificanti della mia vita: mettermi davanti al Signore con tutto me stesso, senza nascondere più niente, senza cercare di apparire perfetto ai Suoi occhi, ammettendo i miei limiti e quindi la mia umanità.
È arrivato così il giorno più atteso, quello delle confessioni, il centro dell’intera esperienza. Avevo finalmente preso la decisione di voler guarire, pronto ad accogliere qualsiasi conseguenza questa scelta avesse posto sul mio cammino. Con la testa bassa e il volto rosso, finalmente, per la prima volta, sono stato sincero davanti a quel Gesù che aveva aspettato e desiderato quel momento da quando mi aveva pensato. E così minuto dopo minuto sono riuscito a liberarmi di tutti quei macigni che avevo tenuto per me, che avevo sempre nascosto: ho finalmente permesso al Suo amore di entrare e far luce dentro di me. E le lacrime della mia sofferenza si sono trasformate subito in lacrime di gioia, quando ho capito finalmente che non potevo portare da solo quel peso, che finalmente avevo accettato di farmi aiutare da quell’amico che era sempre stato presente, che aveva sofferto con me per tutto quel periodo, che era felice molto più di me di vedere finalmente un figlio deciso a porre una pietra sopra agli errori del passato per ripartire, insieme, nella consapevolezza che il peccato non ti può definire, che gli errori commessi non possono determinare la persona che sei e che sarai.
E così il giorno dopo mi sono rimesso in cammino, e quanto ho goduto di quel silenzio. È stato come quando riscopri un rapporto, quando hai finalmente chiarito con un amico e hai abbandoato tutti quei pregiudizi che ponevano soltanto limiti sterili al vostro rapporto. E così quel silenzio insopportabile è diventato il luogo del dialogo, dove ho riscoperto la bellezza di stare con il Signore, dove finalmente potevo essere me stesso, pieno di ferite e di difetti, ma senza sentire più il bisogno di nasconderli o negarli.
E sono arrivato così in Porziuncola. Il mio cuore traboccava di gioia perchè ero consapevole che avevo lasciato lungo quei 137km un vecchio Angelo, per trovarne uno nuovo, capace di chiedere aiuto, consapevole di non essere più da solo, un Angelo rinnovato, RISORTO.

Angelo.

AMARE è servire, servire è AMARE!

È giovedì 4 marzo, alzo la tapparella della mia camera e vedo il piazzale di casa mia completamente innevato. Penso subito: “Bene, oggi arrivare ad Assisi sarà un’impresa!”. La mia previsione non è stata smentita, arrivo in stazione a Modena e il treno che avrei dovuto prendere è stato cancellato causa maltempo, così come i seguenti. Dentro di me pensavo solo: “Evidentemente dietro a questo servizio c’è qualcosa di veramente grande! Bene, allora non posso mollare!”. Dopo più di 9 ore riesco ad arrivare ad Assisi e scorgendo la facciata di Santa Maria degli Angeli tutte le fatiche svaniscono in un lampo: sono finalmente arrivato!
Non sapevo ancora cosa aspettarmi da questa esperienza perché non avevo mai fatto un servizio da solo e non conoscevo gli altri ragazzi; ero un po’ spaventato ma avevo anche una gran carica.
Sentivo il bisogno di stare li, di fare un’esperienza di Dio e con Dio anche se non mi sentivo all’altezza.
Ero già stato in precedenza ad Assisi, ma solo per frequentare i corsi tenuti dal SOG e non pensavo che il servizio sarebbe stato a sua volta un altro “corso nel corso” caratterizzato da momenti di fraternità, di lettura della Parola e di condivisione.

Ho sperimentato ancora una volta il Suo amore, perché attraverso il dono del proprio tempo e delle proprie energie ti rendi conto di quanto è importante la gratuità: infondo Gesù si è donato a noi gratuitamente e tutta la sua vita è stata un servizio verso l’umanità. Sperimentare anche solo un assaggio di questa bellezza ti rende felice, amato e soprattutto ti rende figlio di Dio.
In questi giorni sono riuscito finalmente a capire le parole di Gesù quando rivolgendosi a Marta diceva: “Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno”, li il Signore mi ha fatto capire di quanto sia importante passare attraverso un sepolcro per prendere la parte migliore, di quanto la Sua presenza sia veramente fondamentale per il cammino dell’uomo perché Lui non cerca servitori ma veri amici. Ho riscoperto l’importanza del dono dei fratelli: ho conosciuto infatti altri ragazzi, ognuno con la propria vita e le proprie storie, ma eravamo tutti in piena comunione. In questo tempo mi sono sentito a casa, accolto e accettato per quello che sono e non avrei mai immaginato che alla fine avrei ricevuto più di quello che ho dato.
Ho capito che amare vuol dire servire e che attraverso il servizio si può amare in modo smisurato!
Torno a casa più consapevole del fatto che lasciar fare a Lui vuol dire giocarsi la vita per un amore più grande, sconfinato ed eterno!

Joele

DALLA FRAGILITA’ NASCE SEMPRE BELLEZZA

Tutto è incominciato ai primi di gennaio quando, un po’ per curiosità e un po’ perché sentivo il bisogno di vivere un’esperienza nuova, mi sono iscritta al corso Tu sei il sogno di Dio.
Non avevo la minima idea di cosa sarebbe stato ma ho deciso di fidarmi e provare.
Sono sempre vissuta in una famiglia molto religiosa e fin da piccola sono stata abituata a partecipare alle Funzioni domenicali. Tuttavia nell’ultimo periodo mi sentivo totalmente distaccata da quella realtà, non trovavo più senso nelle parole che ascoltavo ogni domenica.
Sono arrivata ad Assisi fragile e vulnerabile, colma di infiniti dubbi.
Qui ho ascoltato parole che mi hanno cambiata, hanno ricucito ogni singolo pezzo di me.
Ho capito che noi siamo stati creati per vivere, non per noi stessi ma per gli altri. La nostra vita, così com’è, con tutte le possibili imperfezioni in realtà è un dono per chi ci sta accanto.
Ogni giorno ascoltavo parole profonde che parlavano di me, arrivavano dritte al cuore. Ho imparato che nella vita dobbiamo puntare lo sguardo sempre in alto, sempre un po’ oltre a tutto ciò che il mondo vuole farci credere. Solo così possiamo vivere all’altezza dei nostri sogni. Ho preso consapevolezza che l’amore di Dio è immenso perché non importa quanti difetti ci portiamo dentro, Lui ci ama così come siamo perché “dalla fragilità nasce sempre bellezza.”
Quella ad Assisi per me è stata “un’ avventura” fantastica nella quale sono stata in contatto con nuove persone e mi ha insegnato quanto queste siano importanti, quanto un abbraccio, un sorriso, possano ricomporci.
Sono felice di averne preso parte perché ha sicuramente segnato un punto di svolta per me e auguro a tutti di poterla vivere.
Virginia

Mostrami la tua via!

Carissimi fratelli e sorelle, sono sr. Rosa Maria Chiara. Insieme alle mie sorelle del Monastero Santa Chiara di Paganica, un paesino alle falde del Gran Sasso nella provincia di L’aquila, vi portiamo l’augurio di San Francesco e Santa Chiara: il Signore vi dia pace!

Mi è stata chiesta una testimonianza e sono ben felice di parlarvi della fedeltà di Dio, del Suo amore misericordioso, comprendendo che quanto Egli ha pensato per me da sempre, lo ha realizzato nell’oggi della mia vita, in questo essere figlia di Santa Chiara. Come molti di voi, anche io studiavo, avevo un fidanzato, facevo sport. Tutto nella mia vita procedeva con quella normalità del “così fan tutti”; avevo tutto, o meglio, pensavo di avere tutto. Eppure il mio cuore era inquieto, cos’era che mancava? Il Signore si servì proprio di questo ragazzo per propormi di conoscerlo più a fondo attraverso gli studi teologici: questa fu la prima chiamata.

Andavo scoprendo il volto di un Dio fino ad allora sconosciuto e mi andavo sempre più innamorando della Sua bellezza. “Com’è possibile – mi dicevo – Dio ci ama a tal punto da morire in croce per noi!”.

Il mio cuore e i miei occhi si andavano trasformando: guardavo questa mia storia d’amore e la scoprivo così povera, perché senza Dio. Provavo a coinvolgere il mio ragazzo, ma Dio era per lui un intruso, anzi un antagonista, che lo minacciava perché io stavo cambiando. Comprendevo che questa vita, preziosa perché dono di Dio, era una sola, un’altra possibilità non ci sarebbe stata; e in questa vita, Dio ci chiama a ricevere il suo amore, e a spenderla per Lui. E poi tanta gratuità di Dio allargava il mio cuore e cullavo il desiderio di potermi spendere per i miei fratelli, andare in missione.

Decisi di lasciare questo ragazzo, perché con lui non potevo condividere tutto questo: Dio non era al primo posto. Conobbi i frati, e questo fu un altro incontro importante, perché attraverso loro incontrai San Francesco. Li guardavo, mi dicevo: “Questi sono sempre contenti, ma perché? Com’è possibile essere attratti tanto da Dio da lasciare tutto, farsi poveri per seguirlo?” Questo mistero era tanto affascinante, ma anche tremendo.

Con i frati ho imparato a pregare le lodi e i vespri, preghiera che mi metteva in comunione con Dio. Lasciavo lo studio per questo appuntamento con Dio tanto atteso e desiderato. Fu proprio durante questa preghiera, che il Signore rompeva i miei schemi sicuri, di essere sposa di un uomo, madre di qualche figlio e missionaria in qualche terra.

Cosa vuoi che faccia, Signore? Qual è questo progetto che tu hai pensato per me da sempre? Ho paura che tu mi possa chiedere quello che non conosco, ma ho fiducia, voglio abbandonarmi, perché sei tu il regista della mia vita, il Tuo amore mi guidi”.

Cominciai a pregare sempre di più, e nel mio cuore inquieto c’era una preghiera che risuonava continua: mostrami Signore la tua via.

In questo periodo, i frati mi invitarono ad Assisi per accompagnare degli adolescenti ad un corso e fu lì, durante il sacramento della riconciliazione, che il Signore purificò il mio sguardo e il mio cuore per vedere il suo progetto: “Segui me, percorri la stessa via tracciata da Chiara d’Assisi, lascia tutto, sii povera e ti farò ricca di me, dammi tutto il tuo cuore, il tuo corpo, e realizzerò io il progetto che ho su di te. Ti farò mia sposa, ti farò madre di una moltitudine di genti e ti manderò per il mondo intero, per mezzo dello strumento povero della preghiera. Sarò io stesso mani che accarezzano, sollevano, curano, gambe che camminano per annunciare il Vangelo. Tu sii cuore che pulsa d’amore per dare vita all’intero corpo che è la Chiesa”.

In Porziuncola, dopo aver abbandonato ogni resistenza, ho pronunciato il mio sì al Suo progetto. “Sì, sono piccola, è vero, ma questa non è opera mia, è opera Tua, Tu compirai in me questa promessa. Voglio amarti come Chiara, darti tutto, con cuore povero e libero”.

Per quel piccolo sì che la sua stessa grazia pronunciò in me, il Signore inondò il mio cuore di tanta gioia e tanta pace che compresi perché Francesco veniva chiamato pazzo: solo i pazzi, coloro che escono fuori schema, possono seguire Dio. Con la Parola, che confermava i miei passi, l’Eucarestia che nutriva il mio cammino e rendeva sempre più vero l’incontro con Gesù, il confronto con il Padre spirituale, il Signore mi donò la fraternità, le mie sorelle di Paganica, a condividere con loro il progetto di amarlo.

Non sono mai stata così libera come in clausura, perché davvero la preghiera è l’anima del mondo, che si irradia a partire dal piccolo chiostro del monastero.

Come in Maria, il Signore moltiplica la vita dentro e intorno a noi, in quanti si accostano alla grata, ed è incontro profondo con le persone, le loro storie, le loro sofferenze, e quando andiamo in coro, sia l’alba o il cuore della notte, le sorelle povere innalzano il loro canto: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, qui e in tutte le chiese del mondo, e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo. Ti presentiamo Signore le gioie e le sofferenze di ogni uomo; benedici, salva tutti, e accogli il desiderio di felicità che grida nel cuore di ogni uomo, perché quando l’uomo vuole essere felice, è Te, Signore, che sta cercando.

La nostra avventura di clarisse a Paganica è stata attraversata dal violento terremoto del 6 aprile 2009 che con la distruzione della città dell’Aquila ha distrutto anche il nostro Monastero. Nel crollo è morta la nostra cara Madre Maria Gemma. La sua vita è stata come il chicco di grano che caduto in terra muore per portare molto frutto. Noi siamo rimaste miracolosamente vive.

Nella perdita di ogni cosa siamo entrate nel cuore del nostro essere Sorelle Povere perché le uniche cosa che ci sono rimaste sono state quelle  più preziose: Dio, la nostra sola ricchezza, la fraternità e l’aiuto dei fratelli che si sono fatti e si fanno mani e cuore della Provvidenza di Dio che si prende cura di noi ogni giorno. Il Signore ci ha preparato una casa dono di una raccolta pubblica fatta da tanti, nel piccolo Monastero di legno dove ancora attualmente viviamo in attesa di rientrare in Monastero a conclusione dei lavori di ricostruzione. Qui continuiamo a innalzare la nostra preghiera per tutti, ad accogliere quanti bussano alla porta del Monastero in cerca di silenzio e di ascolto e a costruire, insieme con Cristo, la speranza.

A voi tutti  buon cammino! Siate certi che la nostra preghiera accompagna fin d’ora i vostri passi, i vostri sogni di felicità, Il vostro desiderio di amore, perché possiate comprendere che il solo che può realizzare le vostre aspirazioni più profonde è Cristo, Signore nostro.

 

Ciao cari fratelli, guardate le stelle, le stiamo guardando anche noi.

Puntate in alto, puntate in Dio, lì ci ritroviamo.

San Francesco e Santa Chiara vi benedicano!

 

Sr. Rosa Maria Chiara

clarissa

NELLA TUA TERRA !

Carissimi buon anno a tutti!

Sono passati pochi giorni dalla bellisima festa di Capodanno passata insieme ma il ricordo dei bei momenti vissuti insieme arricchiscono i pensieri della giornata!

Il Signore è grande e lo manifesta ogni volta che gli concediamo un pezzo della nostra terra, della nostra quotidianità, per abitarla.

La festa di Capodanno è stata vissuta proprio così: cercando di lasciare a Dio lo spazio giusto per poter abitare il nostro tempo. Nell’ascolto, nella festa e nella preghiera.

Con l’augurio che ciascuno di noi possa diventare abitazione bella e gradita a Dio, la nostra fraternità del SOG vi augura un felice 2018.

Alleghiamo il video della catechesi e della messa di capodanno con alcune foto.

 

 

 

 

 

 

 

Consumati nell’amore !

Salve a tutti!
Siamo Luca e Laura della comunità Papa Giovanni XXIII e desideriamo condividere con voi in questa testimonianza, la  nostra vita e la nostra vocazione! Così, come le parole lo consentono.

Già nell’adolescenza e negli anni a venire, siamo stati rapiti dal grande desiderio di sprecare la nostra vita amando di amore inutile, investendo tempo e forze su chi veniva scartato dal mondo, abbracciando l’emarginato maleodorante, facendo spazio ai bambini abbandonati.

Siamo stati cresciuti dalle nostre parrocchie, nutriti da centinaia di catechesi e da mille eucarestie, allenati alla vita di oratorio come alle veglie di preghiera di fronte al Santissimo. Il desiderio di consumare la nostra vita per gli altri, di sacrificare le nostre esistenze per dare senso all’esistenza dei più poveri, ha fatto la cova nei nostri cuori. E quando io e Laura ci siamo innamorati, in modo naturale è sgusciato in noi il dono della condivisione. Ci siamo sposati poveri per poter stare con i poveri. Abbiamo cambiato rotta andando contro tutti i programmi che altri avevano fatto su di noi. Ci avevano pensati avvocato, hostess, assistente sociale, notaio…con il coraggio della Fede noi invece abbiamo obbedito a Dio che bisbigliava il suo progetto d’amore nei nostri cuori. Abbiamo trasgredito nell’amore alle regole del vivere secondo le logiche di massa, ripetendo quello che tutti fanno. Abbiamo avuto il coraggio di essere noi stessi, sfigati, ma noi stessi; fragili, ma noi stessi; inadeguati, ma amati da Dio sopra ogni cosa. Ci siamo abbandonati a quel progetto d’amore molto più grande delle nostre forze e che a noi sembrava poco chiaro, impossibile, irrealizzabile perché ci vedevamo incapaci a realizzarlo…e invece con Dio facciamo cose grandi!

Tanti anni della nostra vita vissuti in casa famiglia in cui io e la mia sposa, dal primo giorno del nostro matrimonio, viviamo senza turni, ne’ ferie, ne’ stipendio, condividendo la nostra vita ogni giorno in modo oblativo, senza nessun compenso personale, con i più piccoli che il Signore ci ha voluto affidare vivendo con loro 24/24h, ogni giorno dell’anno. Abbiamo fatto spazio a bambini soli, a storie di dolore, a persone emarginate, a bimbi piccoli disabili gravi, anime spente alla vita a seguito della solitudine e dell’abbandono, che hanno ritrovato il gusto della vita grazie all’abbraccio di un papà e di una mamma. Vent’anni vissuti ad essere mamma e papà non solo dei figli biologici, ma anche di figli che non abbiamo generato nella carne, ma che realmente, possiamo dire, abbiamo generato “nello Spirito”, come dono inaspettato della vita. Una vera famiglia di 15 persone dove oltre alle nostre due figlie biologiche viviamo con altri figli in affidamento: Agnese di 4 anni abbandonata in ospedale per la sua gravissima malattia congenita, un ragazzo in carrozzina da 20 anni, un ragazzo non vedente dalla nascita e altri figli in affidamento con non da circa 15 anni.

In verità il povero non ti si presenta mai come dono e nessuno ci ha sottoposto come “dono d’amore” la relazione psico-sociale di un minore in stato di abbandono o la procedura di adottabilità aperta d’urgenza dal Tribunale per i Minorenni. Non sembrava un “dono” l’urgenza di liberare il minore da un ambiente di vita pericoloso o da un ospedale che gli aveva fatto da casa per molti anni della sua vita solo perché il suo handicap grave aveva così allarmato i suoi genitori da sottoporlo, non solo al dolore della sua menomazione, ma anche alla violenza dell’abbandono. Il più delle volte avremmo rischiato di sbattere contro una relazione sociale, una procedura standard, un protocollo sanitario. Ma forte e decisa è risalita in noi due sposi la scelta di riconoscere l’utente che l’assistente sociale ci accompagnava fino alla soglia della porta di casa, come figlio non appena avesse attraversato quella soglia; ciò che per il mondo, al di là della soglia del portone della nostra casa, era un problema, per noi, attraversato quel mattone, sarebbe stato già figlio, vero dono “a prescindere”.

I figli che abbiamo accolto in questi anni, in modi diversi, hanno testimoniato un unico vero disagio come se dicessero: “io non ci sono in questa vita”. Abbiamo accolto bambini “fermi”, assenti alla vita, vere e proprie anime spente che restavano assenti da tutto ciò che girava attorno a loro. Era come se non fossero interessati, o si fossero così spaventati di vedere cose che non avrebbero dovuto vedere o di sentire cose che nessun bambino avrebbe dovuto sentire, al punto che avevano preferito uscire fuori dal gioco della vita. All’età di 2/3 anni li mettevamo sul divano seduti e dopo un’ora li ritrovavamo sul divano seduti nella stessa posizione. Ugualmente, sebbene in modo completamente opposto, abbiamo accolto minori così irrequieti e iperattivi, che diversamente urlavano lo stesso disagio: la vita mi ha fatto vedere scene che non posso portare ne’ sopportare!

L’assenza dalla vita non è un male curabile con la somministrazione di un farmaco o di una mistura portentosa, ma diventa uno stato di fondo dell’interiorità e della personalità che annulla gli impulsi vitali. Avevamo fatto passare la soglia di casa a persone “incapaci alla vita”. Avevano messo il piede già sul secondo mattone e già significava “appartenenza”, “relazione significativa”, già volevamo dire: “Vieni, sei Figlio!”

Nessuna competenza pre-acquisita, nessun titolo di merito, ma il solo matrimonio e una buona vita familiare, avrebbe combattuto il malessere profondo di quel “dono” incapace alla vita.

Le vite dei nostri figli più fragili non sono vite inutili, né sprecate, ma chiamate alla vocazione più alta che si possa pensare, a redimere le vite sbandate che non trovano più il coraggio di fare il male quando incontrano la grandezza del bene di una vita crocifissa e innocente. Viviamo in casa con uomini che hanno vissuto 20, 30 anni di galera e li abbiamo visti convertiti dalla tenerezza della nostra piccola creatura disabile, incapace di vedere, di mangiare e, per gli ultimi anni della sua vita, anche di respirare da solo. Abbiamo visto mani rugose, tatuate, con le dita monche e sfregiate segnate da una storia di violenza e di rabbia che maldestramente diventano docili in ogni carezza sulle guance liscissime di nostro figlio. Viviamo con ragazze che hanno battuto la strada, costrette a prostituirsi da un racket violento e che ora sono salve e che piangono di fronte al candore dei giorni di vita di Giuseppino che ha vissuto tutta la sua esistenza tra un lettino e una carrozzina, riempiendo le stanze della nostra casa con la purezza e l’innocenza della sua debolezza.. Quale vocazione più alta crediamo noi di assolvere con le nostre vite forti e incrollabili?

 

Luca e Laura

Comunità Papa Giovanni XXIII

Casa famiglia “Fuori le Mura”

Assisi

 

Lo sposalizio

Tra gli entusiasmi della festa

E lo spumeggiare dell’allegria

Celebra la “liturgia dei corpi”

Di due innamorati

Che desiderano spezzare la loro vita

E i loro stessi corpi

A servizio l’uno dell’altra.

Gli sposi sono ministri di questo rito

Ogni giorno della loro ferialità.

E come il pane spezzato

emana una fragranza incontenibile,

e come il corpo di Cristo spezzato

effonde il suo Spirito,

Così i corpi spezzati degli sposi

diffondono la fragranza della fecondità.

IN LUI TUTTO E’ POSSIBILE !

Fa freddo, è ancora buio e la fioca luce dei lampioni illumina l’insegna che domina la piazza: ”Stazione di Savigliano”. Sono solo le 7.30 del mattino e intorno a me il silenzio, la solitudine, l’eco dei miei passi. Sono ancora mezzo addormentato, assorto nei pensieri del primo mattino, un po’ rallentato….ma ad un tratto, come all’improvviso, sento il rumore di un treno in lontananza, una frenata, le porte dei vagoni che si aprono…e di colpo mi appare un fiume di ragazzi e ragazze che si riversano sulla banchina. Un frastuono di voci, saluti, un turbine di sguardi, qualcuno cammina, qualcuno corre…tutto scorre. Mi fermo un attimo a guardarli, perso, smarrito, affascinato, impotente….sono tantissimi, sono bellissimi. “Non ce la faremo mai”, penso, sono troppi, troppo di corsa, troppo di fretta….aveva davvero ragione quando i frati mi dicevano “In questa settimana di missione vi chiederemo l’impossibile”!

Mi risveglio, non c’è tempo da perdere, ora o mai più…mi faccio coraggio e stringendo nella mano destra il Tau che penzola sul petto e nella sinistra il volantino della missione, mi dirigo a passo spedito verso quella ragazza. “Ciao sono Matteo!  Hai già saputo cosa succederà questa settimana? E’ una grande occasione sai, serate di incontri per i giovani al teatro, parrocchia di S. Giovanni, chiesa aperta, frati, suore, Gesù, incontri, teatro, questa sera, vuoi, tu, provaci, noi, fidati, Assisi, incontri, serate, teatro…..”.  Alzo lo sguardo…la ragazza è già andata via. “Bene penso”…”Signore tu mi mandi fin qua missionario per annunciare la gioia e la bellezza di averti conosciuto e chi mi fai incontrare alla stazione?? Una ragazza che neanche mi ascolta….bella ricompensa, grazie davvero!!” Sono sconsolato, sconfitto, deluso, guardo la punta delle mie scarpe….davvero questa volta ci state chiedendo di fare “cose impossibili” …non ce la faccio, non riesco, non so come comportarmi…è impossibile!! Sono ancora assorto in questi pensieri, quando ad un tratto sento una mano che mi afferra, mi giro, ed è una ragazza missionaria come me, mi guarda sorridendo e mi dice: “Allora come è andata?!” “Male”, penso,….ma mentre le rispondo noto il suo sguardo…è sorridente, è felice! Allora capisco…ecco cosa mi manca: la gioia, il sorriso, lo sguardo! Riparto con entusiasmo e mi butto a capofitto tra i ragazzi alla stazione…ne incontro tanti insieme a tante storie. Incontro una ragazza preoccupata per la verifica di storia in seconda ora ed un’altra che va a lezione di violino. “Allora verrete? Ci vediamo questa sera in teatro?” “Si, no, ma, forse”….non importa…è stato bello conoscersi!! Sorrido, sono felice.

“Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: seguimi” (Mc 10, 21)…ecco…è tutto riassunto qui dentro, ecco l’essenza del nostro essere missionari, niente di più: l’ amore del Padre che attraverso lo sguardo di Gesù passa e si fissa sulle persone che incontra. Allora anche io, anche io voglio guardare come te Gesù, amare come te Gesù, dire come te Gesù. Ma come posso guardare? Come posso amare? Cosa posso dire? “Lasciati guardare, lasciati amare, lasciati benedire….e Io sarò con te…sarò nel tuo cuore, sulle tue labbra, nel tuo sorriso”. E’ stata questa per me la scoperta più bella: mettere da parte i miei protagonismi, le mie idee, il mio fare, il mio voler essere missionario di successo, per fare spazio a Te Signore, che in me e attraverso me guardi, ami, benedici. E’ bello accorgersi come uno sguardo possa fare la differenza, è bello accorgersi che non conta innanzitutto quello che dici, ma quello che sei, che non contano le tue capacità di persuasione, ma la contagiosità e la sorgente del tuo sorriso. E’ bello accorgersi che il Vangelo funziona per attrazione e non per convinzione. Quanto stupore la sera nel vedere il teatro pieno di quei ragazzi che erano alla stazione, che erano nelle piazze, che erano nelle scuole. Quanto stupore nel vedere la coda interminabile di giovani desiderosi di baciare e abbracciare il crocefisso. Davvero tu Signore compi prodigi, davvero tu ci guidi, ci sostieni e ci accompagni….perché  “se il Signore non costruisce la città, invano si affaticano i costruttori”. (Sal 126) E mi sorprendi, mi stupisci ed è questo stesso stupore che è per me il segno più evidente della Tua presenza. Quanta Bellezza in questo stupore….quanta Bellezza in questi incontri! E allora grazie perché ci sei, grazie perché fai cose grandi, grazie perché doni a tutti il tuo amore. Senza di Te tutto questo non sarebbe possibile…solo grazie a Te questa “missione impossibile” è diventata possibile. Grazie perché da oggi inizia la nostra missione nella vita di ogni giorno, nella quale “andremo e annunceremo che in Lui tutto è possibile”!!

 

Matteo

Perché ho visto l’amore vincere !

“Questo è il luogo che Dio ha scelto per te, questo è il tempo pensato per te”, sono le parole del canto che mi ha accompagnato durante il corso vocazionale, parole che riprendono un po’ il vangelo di Giovanni quando Gesù dice “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16) … ecco, è esattamente questo che mi ha fatto sperimentare il Signore durante quei giorni di grazia ad Assisi. Come un innamorato fa la prima mossa e anticipa la sua amata, così Gesù, nella sua infinita Misericordia, mi aveva già scelta e invitata proprio lì, in quel luogo e in quel tempo, per incontrarmi e parlare al mio cuore, e il mio semplice, forse anche incosciente ma sicuramente ispirato, “SI” è stato l’inizio della mia “resurrezione”.

“QUESTO è IL LUOGO”, “QUESTO E IL TEMPO”: Sono arrivata ad Assisi, su consiglio del mio fidanzato, con il cuore appesantito e “frantumato” che da tanto desiderava trovare un luogo lontano dalla quotidianità e un tempo  da poter dedicare solo e soltanto all’ascolto del Signore… “QUESTO É IL SOGNO CHE HA FATTO SU TE”: ecco, il mio cuore da tempo aveva anche smesso di sognare e di credere nel Dio dell’impossibile, si era ormai accontentato della mediocrità, arreso di fronte ai miei limiti e non credeva più che il Signore potesse aver preparato “grandi cose” per me e che fosse suo desiderio, pima ancora che mio, donarmi una vita piena e abbondante.

Portavo nel cuore tante domande e desideri, tra tutti quello di comprendere il progetto di Dio nella mia vita e quel “Signore cosa vuoi che io faccia?” di San Francesco risuonava forte dentro di me, ma ancora più forte risuonava la risposta di Gesù: “Francesco –Fiorenza- va e ripara la mia casa, che come vedi è tutta in rovina.”

Era chiaro per me che il Signore mi chiedesse innanzitutto di partire dal mio cuore, la sua “casa”, che in quel momento “era tutta in rovina”. A conferma di questo i frati non facevano altro che sottolineare che il punto di partenza per la realizzazione della vocazione è “FARE CENTRO NELLA PROPRIA IDENTITA’”, motivo per cui mi ero rassegnata al fatto che fosse arrivato il momento di affrontare questo capitolo… Niente di più complicato per una come me che cercava in tutti i modi di non andare in profondità per paura di guardare a sé stessa…!

Il più grande dei macigni che appesantivano il mio cuore era infatti “il mio io”, la mia identità. Ero affetta da una profonda disistima che unita ai tanti complessi di inferiorità e sommata agli ultimi “fallimenti” nel lavoro, mi accecava completamente… Ma i soccorsi non hanno tardato ad arrivare: la Parola di Dio che è stata meravigliosamente annunciata e sviscerata dai frati, ha finalmente aperto e portato luce nelle stanze più buie del mio cuore.

Quanta potenza è racchiusa nella Parola di Dio che illumina, libera, consola, guarisce e fa nuove tutte le cose!

Così, come la samaritana al pozzo, anch’io mi sono lasciata incontrare da Gesù in quello che era uno dei momenti meno belli della mia vita e mi sono lasciata dissetare e guarire dalla sua Acqua Viva che ha riportato pace, gioia e speranza nel mio cuore.

Il primo frutto del corso è stato il riconciliarmi con me stessa: ho imparato e iniziato ad amarmi! Questo mi ha permesso di guardare alla mia vita con occhi diversi e di benedire il Signore per la mia storia, per i miei pregi e difetti, successi e fallimenti e soprattutto per la crisi che stavo vivendo perché era stata l’occasione per riprendere il cammino.

Ho scoperto poi che “Dio è alleato dei miei sogni” e con rinnovata fiducia nella sua bontà e fedeltà ho imparato a credere nel progetto grande che Lui ha per me e che va ben oltre i miei pensieri e le mie possibilità umane!

Ho ricevuto tantissimo in soli 6 giorni di corso vocazionale, ad ogni insegnamento la Parola di Dio mi stupiva con qualcosa di nuovo, mi leggeva dentro e intanto operava in me… ma sono certa che “il meglio deve ancora venire!”

Sono tornata a casa da “risorta”, come il Gesù del crocifisso di San Damiano, dritta e in piedi e non più ripiegata su me stessa, con occhi nuovi e benedicenti e soprattutto con un cuore nuovo, “riparato” e libero, che, come la samaritana, desidera “ANDARE E ANNUNCIARE CHE IN DIO TUTTO E POSSIBILE E CHE NULLA CI PUO VINCERE, PERCHE HO UDITO LE SUE PAROLE, PERCHE HO VEDUTO LA MIA VITA CAMBIARE, PERCHE’ HO VISTO L’AMORE VINCERE, SI HO VISTO L’AMORE VINCERE!!!” (Dal canto “Tutto è possibile” – Nuovi Orizzonti)

Fiorenza

“Una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6, 38).

Una cosa che ho imparato nel cammino è che Dio dona “una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6, 38). Basta che guardo le mie ultime tre estati per accorgermene. Tre estati fa, fidandomi di un volto sorridente stampato sulla copertina di un libro, arrivo per la prima volta ad Assisi, pieno di dubbi e di una fede improntata su un Dio che comanda dall’alto le sue piccole formichine, ma i frati sono bravissimi a spogliarmi di questo, presentandomi coi loro sorrisi e il loro amore un Dio che non è lontano ma è lì, affianco a me, pronto a ripetermi in ogni momento “Ti amo”. Due estati fa mi arrendo finalmente a questo amore traboccante, lascio le mie certezze e inizio a cercare di camminare con Lui, senza lasciarmi fermare dalle mie debolezze. L’estate scorsa, la marcia diventa il luogo dove incontro Dio nella preghiera che si fa cammino, sento il suo Amore nei fratelli e nelle catechesi, ed è per me un dono grande, che mi fa saltare di gioia nonostante lo zaino che pesa sulle spalle.

E arriva quest’estate. Accetto con gioia di fare il servizio alla marcia perché Dio mi ha donato tanto, voglio riconsegnargli qualcosa. Ma Lui non è sazio, vuole donarmi ancora di più, vuole andare ancora oltre, vuole portarmi a saltare nel vuoto. E così mi spoglia di ogni mia idea di servizio che mi ero fatto prima, mi insegna a offrire tutto ciò che faccio e a metterlo nelle Sue mani, perché mi accorgo che nelle mie mani ha tutto una dimensione umana, ma io non sono lì per questa dimensione piccola e limitata. Metto tutto nelle Sue mani, perché Lui può andare oltre, può fare cose grandi che io nemmeno posso immaginare. Me ne accorgo guardando i marciatori, che sono ogni giorno più belli, ogni giorno più felici. Potevo io donare una Gioia così grande a tutti loro? No, io no, ma Lui sì! Mi insegna a lavare i piedi, a mettermi in gioco giorno dopo giorno, ma soprattutto mi insegna a farmeli lavare, sempre attraverso i marciatori, perché io dovrei servire loro, ma quando il servizio diviene pesante, quando la stanchezza è tanta, è guardando i volti dei marciatori che trovo nuova forza. Dovrei essere al loro servizio, e invece sono loro che stanno servendo me.

E il 2 agosto, arrivo in Porziuncola, Si entra tutti in quella piccola chiesina, un gruppetto alla volta. Prima i marciatori, poi i guastatori. E a veder entrare tutti i marciatori, ed entrando noi guastatori, un gruppo strambo di fratelli che abbiam provato a servire con quei cinque pani e due pesci che abbiamo, capisco che devo nuovamente mettere tutto nelle mani di Dio, il vero guastatore, l’unico che può continuare a lavare i piedi a ognuno di noi giorno dopo giorno. E quant’è bello uscire dalla Porziuncola sapendo che siamo nelle Sue mani!

Spogliarsi e offrire tutto a Dio, quant’è difficile. Sono attaccato alle mie idee, al mio volermi salvare da solo. Il servizio alla marcia per me è stato accorgermi di questo e cercare di mettermi tutto nelle Sue mani, perché farlo è veramente andare a vendere tutti i propri beni per acquistare il tesoro nascosto nel campo, la perla di grande valore di fronte a cui tutte le altre sono poca cosa.

 

Enrico

Col cuore in marcia, chiamato alla meta !

Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo (Qo 3,11)…ed è proprio vero se ripenso che io questa marcia ero sicuro di non poterla fare, ma Lui aveva già deciso che la mia marcia dovesse essere proprio questa, e così è stato.

È col cuore pieno di gratitudine che sono arrivato a Passignano sul Trasimeno pronto per questa esperienza, ma soprattutto carico di tante aspettative: domande che avrebbero dovuto trovare una risposta ed intuizioni che avrebbero dovuto ricevere conferme, perché ho imparato a puntare alto con Dio, mosso dalla certezza che scommettendo con Lui c’è solo da vincere.

Uno dei momenti di svolta è arrivato già al terzo giorno, quando in un momento di silenzio e di sosta fisica, nella piena consapevolezza della fatica che i muscoli iniziavano ad accusare, mi sono accorto che c’era un muscolo di cui non mi stavo preoccupando credendolo già allenato, il cuore.

Ho percepito che anche il cuore aveva iniziato la sua marcia, ma che lo stavo lasciando indietro nonostante fosse proprio lui il motore del mio camminare. Mi sono fermato e nel silenzio di quel pomeriggio l’ho sentito rivelarmi il motivo per cui stavamo compiendo ogni passo: la meta. Da quel momento sapevo perché marciavo, perché c’era la Porziuncola da raggiungere ed è stato il sentirmi chiamato a quella destinazione che mi ha spinto ogni giorno a proseguire il viaggio con tutte le sue gioie e le sue difficoltà.

Ma ad una meta così importante ci si arriva preparati, ed era forse questo il significato di un pellegrinaggio così lungo: giungere a destinazione pronti a ricevere tutta la grazia che in cielo Qualcuno stava disponendo per noi.

E così insieme ad altri 270 marciatori abbiamo camminato verso Assisi interrogandoci sui nostri desideri, quelli veri, belli e alti. Abbiamo tutti dei desideri, quelli per cui ci svegliamo ogni mattina e affrontiamo la vita, quelli che ci fanno sospirare, desideri che ci parlano e danno significato alle nostre giornate: sono questi i desideri autentici, quelli che ci spingono oltre i nostri progettini, e che ci impauriscono perché ci oltrepassano e ci trascendono. Sono i desideri che non sanno troppo di umano, ma totalmente radicati nell’umanità fanno sì che ogni nostra azione possa parlare non solo di noi, ma di un Altro che è Amore, sono quei desideri che costano fatica ma che fanno innamorare perché sanno di divino. Ho capito che vale la pena spendersi per questi desideri che arricchiscono la vita di pienezza.

Ma questi desideri esigono una attento lavoro di ricerca e uno sguardo sincero su se stessi per scovarli e farli emergere, e soprattutto il coraggio poi di riconoscerli e accettarli come propri.

Un’esperienza edificante che ho vissuto durante quei giorni è stata la purificazione dei miei desideri; dopo averli scoperti, essi spesso portano con sé delle impurità che derivano dallo sguardo spesso chiuso, egoistico e moralista che abbiamo sul mondo, su noi stessi, sugli altri e su Dio. Sguardo che va rinnovato chiedendo il dono di poter guardare così come il Creatore guarda ogni sua creatura: ci si scopre allora così profondamente amati, voluti e desiderati che ogni prospettiva viene rivista sotto una luce diversa. Provando ad assumere questo nuovo sguardo su di me, mi sono riconosciuto figlio amato oltre ogni modo, desiderato tanto da essere stato pensato dal nulla per esistere, voluto tanto che l’eternità senza di me non sarebbe potuta essere.

Queste consapevolezze mi hanno permesso di scoprirmi più bello di quanto io mi vedessi, non per merito mio ma perché con tanta bellezza mi sono sentito guardato da colui che mi ha creato. Ho compreso che non ho il diritto di disprezzarmi nei miei errori e nelle mie cadute, ma ho anzi il dovere di prendermi cura di me quanto sbaglio, di consolarmi, perché a prescindere dalle mie mancanze io sono già amato per quello che sono, perché io non sono i miei errori o il mio passato o ancora quello che il mondo vuole che io sia, io sono desiderio desiderato che non aspetta altro se non di compiersi.

Questo nuovo sguardo è arrivato al momento giusto, durante i giorni che precedevano la festa del perdono di Assisi. Finalmente questa parola, perdono, assumeva nuovi significati. Ho imparato un nuovo modo di chiedere il perdono dei miei peccati, non come prima perché non ero riuscito a rispettare un insieme di norme che mi rendevano meno degno dell’Amore di Dio, ma perdono per non aver creduto fino in fondo alla mia bellezza che veniva tutta da Lui, per averla sciupata, per non essermi radicalmente affidato alle Sue mani di Padre e per essermi giudicato troppo severamente.

Ma la festa è stata anche scoprire che questo perdono non solo potevo riceverlo ma che potevo pure darlo, a me stesso e a chi non ero ancora riuscito a perdonare. Lo sguardo di Dio posato su di me mi ha donato di vedermi creatura fallibile ma, a prescindere dalle mie azioni, amabile e mi ha dato il dono di ampliare questo sguardo su altre persone che da sempre ho giudicato troppo severamente ma che ho guardato per la prima volta proprio come mi ero guardato io poco prima: fallibili, ma profondamente amabili anche solo per il fatto di esserci.

Ho imparato che perdonare è liberarsi di un peso eccessivo di cui il mio sguardo giudicatore mi aveva caricato, e che si opponeva alla mia autenticità; bastava solo amarsi e amare un po’ di più, ma mi è diventato possibile solo dopo questa forte esperienza di Amore ricevuto da un Altro che è Dio

 

Siamo esseri amati e fatti per amare, che per strada si complicano e si perdono nei pensieri e nei ragionamenti che scaturiscono da uno sguardo basso e ripiegato su se stessi. Basta solo guardare in alto, cambiare prospettiva e fare un passo oltre noi stessi per affidarci a un Padre che sta aspettando che i nostri occhi si levino a Lui, per restituirci uno cuore trasfigurato che sappia battere ad un ritmo divino che è melodia d’Amore, perché in fondo amare è una cosa semplice.

 

Gabriele