…non mi veniva chiesto nient’altro se non essere me stessa fino in fondo

Lo scorso marzo, ho ricevuto il mandato per la missione in Uganda ( dopo l’esperienza di Giovani e Missione), nel progetto francescano di Giorgio e Marta, Ewe Mama, che prevede una scuola per bambini disabili e un orfanotrofio per bambine e ragazze.

Sono partita con un po’ di insicurezza, con il pensiero di non essere all’altezza dei compiti che mi avrebbero affidato e con il timore di non riuscire a entrare in una relazione profonda con i bambini, così diversi da me per cultura e situazioni di vita. Fin dai primi giorni però mi sono accorta come queste preoccupazioni fossero veramente vane: non mi veniva chiesto nient’altro se non essere me stessa fino in fondo. Mi sono ritrovata a essere Ilaria, senza maschere e sovrastrutture, e questi piccoli mi hanno fatto capire l’importanza delle cose semplici e autentiche.

Dal primo giorno sono rimasta colpita e affascinata dall’Amore che traspariva da questi bambini, che, pur avendo poco, riuscivano a donarsi attenzioni e sostegno l’un l’altro; l’aiuto reciproco e le cure verso i più bisognosi venivano prima di tutto dai bambini stessi. Con il passare del tempo ho capito che, più che essere io quella che donavo, erano loro che donavano a me vita e verità.

Sono partita con il desiderio di fare esperienza di Dio e di conoscerLo in maniera più profonda e posso affermare che questi bambini sono espressione del Suo volto. Si fa esperienza di Dio attraverso i bambini della scuola per disabili e le bambine dell’orfanotrofio, che davvero rappresentano i “piccoli”, gli ultimi, inconsapevoli della preziosità che donano; attraverso i loro sorrisi e i loro occhi, nell’amore che cercano e che danno. Ho compreso con più facilità le parole della Serva di Dio Chiara Corbella, la quale afferma che “l’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”. In questo mese, sono stata testimone di come solo l’Amore resta e conta: non si è amati per quello che si fa o per le nostre abilità, si è amati per quello che si è. I nostri limiti e le nostre debolezze diventano davvero luogo privilegiato per l’incontro con Dio.

Ho fatto esperienza di Dio non solo attraverso i bambini, ma anche attraverso i volontari con i quali ho condiviso questo tempo: ognuno di loro mi ha donato qualcosa di unico. La condivisione dell’esperienza con dei fratelli ha reso queste settimane più belle, perché è vero che le fatiche, se condivise, diventano più leggere e la gioia si moltiplica.

Quando penso alla missione penso a come raffiguri davvero un piccolo grande pezzo del regno dei cieli, che è simile al lievito o al granellino di senapa che, se seminato, si arricchisce. Prima di partire, mai avrei potuto immaginare la ricchezza e la bellezza che mi sono portata a casa. Grazie a Giorgio e Marta, che si dedicano anima e corpo a questo progetto, desiderosi di fare la volontà di Dio e fiduciosi nella Sua Provvidenza. La loro fiducia nell’amore e nel progetto di Dio per loro rappresenta per me un esempio grande di come i figli si abbandonano con fede nelle mani del Padre.

Sono tornata con la consapevolezza che si può continuare a vivere la missione anche a casa e che è possibile trovare il volto di Dio in ogni persona che incontriamo sul nostro cammino. Grazie a questa missione, ho fatto esperienza di come Dio agisce nella nostra vita, nonostante i nostri limiti e i nostri dubbi; l’unica cosa di cui necessita è il nostro “sì”, la nostra fiducia nel fatto che Lui conosce ciò di cui abbiamo davvero bisogno e ci resta accanto sempre, passo dopo passo.

Ilaria

Cristo Amore, Cristo Amore, Cristo Amore !

Sono arrivata al corso vocazionale di San Francesco senza avere idea di quello che avremmo fatto, era la mia prima esperienza con i frati. Sapevo solo di essere lì perché volevo fare chiarezza riguardo a ciò che desideravo dalla mia vita, sicura quasi al 100% che il corso non avrebbe fatto altro che confermare e rafforzare i sogni che già avevo e che speravo avrebbero, una volta realizzati, tappato quella sensazione di vuoto che da anni sentivo nel cuore. Ogni volta che la mia vita frenetica si fermava per un attimo mi chiudevo nella tristezza, mi sembrava di star sprecando il mio tempo, come se mi mancasse qualcosa di essenziale al quale però non riuscivo a dare un nome. Il primo giorno di corso lo passai cercando di conoscere gli altri ragazzi e tentando di non farmi demoralizzare dall’ambiente sconosciuto, ero anche piuttosto tranquilla: dato che vengo da una famiglia cristiana credevo di sapere già tutto il necessario su Dio e sulla fede. Superbamente pensavo di avere già la verità in tasca e non credetti a Padre Francesco quando ci disse di fare tesoro dell’esperienza che stavamo per vivere, di non sprecarla, perché per molte persone passate di lì la vita si può dividere in prima e dopo il vocazionale, in prima e dopo l’incontro con Dio. Ma che voleva che succedesse? pensavo. Io Dio già lo conoscevo. E invece non era così. Il secondo giorno fu terribile, i frati hanno la capacità di mostrarti e, se ancora non capisci, sbatterti in faccia, verità che ti pugnalano con la loro semplicità e chiarezza e che ti rendono consapevole della cecità in cui stai vivendo. Mi sentivo ribaltata dentro fuori, misi tutto in discussione,mi sembrava di aver sempre riposto fiducia in un credo che in realtà non mi apparteneva per nulla questo perché quel giorno mi fu detto “Dio ti ama, tu sei prezioso per lui”. Non che fosse la prima volta che sentivo quelle parole, ma la verità era che non ci avevo mai creduto. Io quell’amore forte non l’avevo mai sentito, invece i frati e le suore ce ne parlavano come se fosse una cosa vera, percepibile. Quel giorno scoprii che forse Dio non lo conoscevo proprio così bene come sostenevo, anzi compresi di non aver capito nulla del suo messaggio, da un lato desideravo imparare a conoscerlo, dall’altro ero spaventata dall’idea di dover iniziare da zero un nuovo cammino di fede, sentivo che se avessi scelto di approfondire la mia relazione con il Signore sarei poi andata fino in fondo e la mia pigrizia si ribellava, pareva dirmi “Tieni la testa bassa e torna alla vita di prima, è meglio così, è più semplice”. Per fortuna Dio non ha rinunciato a me nonostante la mia testa dura. Il sentir ripetere l’annuncio di amore di Cristo mi faceva bene, sapeva di speranza; finalmente, catechesi dopo catechesi, silenzio dopo silenzio, iniziai ad intravedere un barlume di quello che cercavo. Ancora però ero legata a quello che ero prima, a quei vizi con i quali avevo cercato, invano, di chiudere il vuoto che sentivo. Fu solo grazie al sacramento della riconciliazione che riuscii a lasciar andare tutte le mie debolezze e i miei errori, questo solo dopo averli riconosciuti come tali. Da troppo ormai scusavo a me stessa ogni cosa, tentando di tenere la coscienza apposto. Durante quella confessione dissi a Dio tutto, tutto, tutto, come non avevo mai fatto prima, non volevo più quella roba dentro di me. Certo non fu senza dolore, ma provai un dolore buono, liberante. Il Signore pareva dirmi “Ok, ora si riparte insieme”.

‘Ecco, il seminatore uscì a seminare’ (Mt 13,3)
‘Una parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono’
(Mt
13,7)

Dio mi aveva estratto una dopo l’altra tutte quelle spine che dentro di me lo soffocavano e che io avevo, fino a quel momento, fatto crescere con cura. Piano piano, nei giorni seguenti, grazie anche al confronto con molte persone meravigliose, mi accorsi che più accettavo di lasciare spazio a Dio dentro il mio cuore, di lasciarmi coinvolgere dalle sue parole di amore donato invece che restarvi indifferente, più quel vuoto che per anni mi aveva assorbita spariva e al suo posto il sorriso sulle mie labbra cresceva. Capii anche che non solo fino a quel momento avevo rifiutato l’amore di Dio, ma che questo atteggiamento mi aveva portato a rifiutare anche l’amore delle persone a me più vicine. Senza mai chiedere aiuto a nessuno e convinta di essere forte abbastanza, mi stavo annullando. Il Signore invece mi voleva guarire e lo faceva anche attraverso lo sguardo del Cristo del crocifisso di San Damiano che spesso avevamo di fronte. Non potevo fare a meno di guardarlo e quando percepivo ancora pigrizia e angoscia osservavo quegli occhi dolci, di una dolcezza ancora tutta da scoprire e scordavo le mie incertezze. Un altro dono grande che Dio mi ha fatto è stato darmi la capacità di portare a casa ciò che avevo scoperto ad  Assisi, alla fine del corso ero terrorizzata dall’idea che una volta a casa avrei scordato tutto, non avrei sentito più niente, che il vuoto mi avrebbe ripresa; ma non è stato così, Gesù mi sta accompagnando passo dopo passo alla riscoperta di un Dio donato e alla scoperta del progetto d’amore che ha preparato per me, c’è ancora una strada lunghissima da percorrere, ma si cammina nella gioia!

Michela

Sentirsi amati e benedetti da Dio !

Zaino in spalla, biglietti alla mano. Si riparte oggi come un anno fa ma con una motivazione diversa. Fare memoria durante il viaggio di cosa successe in marcia l’anno scorso mi aiuta ad avere il cuore ancora più grato dei doni ricevuti, per poter mettermi al servizio. Chissà cosa mi aspetta! Sarà duro e faticoso, ma anche pieno di Luce, la stessa che ho visto negli occhi dei guastatori durante la mia marcia. Sono stati proprio quegli occhi così luminosi a spingermi e ad accompagnarmi verso il cammino di bellezza di quest’anno fino ad arrivare a guastare. Mi dicevo che la fatica, il poco sonno, le tante persone non avrebbero potuto impaurirmi e distogliermi dal desiderio di ringraziare.

Fin dal primo giorno di marcia abbiamo lavorato e sudato, e ben presto abbiamo imparato a far diventare il servizio preghiera. Perché abbiamo scoperto che da un piccolo sì, detto con il cuore e con le opere Dio avrebbe potuto fare grandi cose, perché nulla è impossibile a Dio.
La sveglia presto, le corse, gli imprevisti non ci hanno fermati perché Dio era con noi e sapevamo che solo in Lui avremmo avuto la forza per fare.
Dio è fedele in qualsiasi momento: quando stavo per cedere alla stanchezza, alla preoccupazione dell’imprevisto Lui si mostrava attraverso l’arrivo dei marciatori, la parola o un gesto di un fratello guastatore, quasi a dirmi “non temere”, ” io sono con te”.
Il momento migliore era l’arrivo dei marciatori in cui tutta la stanchezza veniva azzerata. Si ripartiva da capo con una nuova energia, pronti al servizio del fratello assetato, sudato e stanco che ti chiede solamente di essere dissetato e incontrato nelle proprie fatiche.
Guastare è stato fare una marcia parallela a quella dei marciatori che però mi ha permesso di vivere e gustare in pienezza e con una consapevolezza nuova la mia marcia. Con il cuore traboccante di gratitudine e di benedizione ho apprezzato tutte le piccole attenzioni che i guastatori hanno avuto nei miei confronti da marciatrice.
Da un passo oltre me, le fatiche e le paure a vivere un nome nuovo che Dio mi ha donato. Ho potuto scoprire un po’ alla volta durante i dieci giorni grazie alla Parola abbondante fattasi carne nella fraternità. Sentirsi amati e benedetti da Dio e dai fratelli per quello che sì è, per come si è e per quel poco che si fa è stata una grazia. Senza i guastatori miei fratelli in Cristo non sarei mai riuscita ad annullare le non-parole e i non-nomi e dare spazio al nome nuovo che Dio ha scelto per me. Non posso non ringraziare il Signore per tutto ciò.

Martina

Ti basta la mia grazia!

“Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”

Quanto è difficile ammettere le proprie debolezze! Quanto è difficile dover chiedere aiuto, soprattutto a persone che non conosci, con cui stai condividendo solo un piccolo pezzo della tua storia, del tuo cammino!
Sono arrivato il 25 Luglio a Passignano sul Trasimeno, convinto che fossi assolutamente preparato a vivere l’esperienza della Marcia Francescana. Zaino professionale, medicinali per ogni evenienza, scarpette da trekking, un anno di allenamento e la convinzione che non sarebbe stata un’esperienza che avrebbe potuto mettermi in difficoltà. Fortunamente non è stato così. E “fortunatamente” perchè nelle mie debolezze, nei momenti di sconforto, quando pensavo di non farcela più, Lui mi è stato talmente vicino, mi ha mostrato una tale dolcezza e presenza che non potrò mai dimenticare.
La bellezza della marcia francescana è che, nonostante tutte le tue resistenze, ci sarà sicuramente quella giornata, quel momento, in cui abbandonando tutte i tuoi schemi, tue maschere, sei “costretto” a confrontarti con la parte di te più buia, che ti fa vergognare, che hai sempre tenuto nascosta. E questo succede nell’attimo in cui comprendi che da solo non puoi farcela, che devi chiedere aiuto a chi é in cammino con te.
Ho capito che non sarebbe stata un’esperienza facile già dal primo giorno di cammino, nella prima parte della mattinata, quella dedicata al silenzio personale. Il silenzio bisogna saperlo vivere. Bisogna lasciar lavorare la Parola dentro di te, farla entrare in profondità illuminando quelle parti di te che hai ignorato, messo da parte per troppo tempo. Durante una catechesi ci è stata posta la domanda “Vuoi guarire?” e mi sono reso conto subito che la mia risposta non era così scontata.
Ed era la domanda che mi risuonava continuamente nei momenti di silenzio, a cui non volevo né cercare né dare una risposta. Molte volte nella vita mi sono adagiato sulle mie difficoltà perchè avevo imparato a conviverci, nonostante mi facessero star male. L’idea di rompere quegli schemi che mi avevano aiutato a superare determinati momenti mi terrorizzava, quindi evitavo di pensarci, cercavo di riempire quelle ore con ogni pensiero possibile. Fortunamente il mio volere non è stato il Suo. E solo quando quel silenzio era diventato talmente assordante da diventare quasi insopportabile, sono riuscito a chiedere aiuto. Ho parlato delle mie difficoltà ai miei compagni marciatori, ai miei fratelli di cammino. Ho chiesto il loro sostegno nella preghiera per trovare il modo, il coraggio di affrontare finalmente quella domanda.
La loro risposta è stata davvero commovente. Il giorno successivo non mi hanno lasciato un attimo da solo, e mentre marciavamo, in silenzio, assolti nella meditazione, di continuo vedevo i loro occhi fissare i miei, sgranare il rosario con quel sorriso espressione di un sostegno discreto ma altrettanto reale. È grazie a loro che ho preso una delle decisioni più edificanti della mia vita: mettermi davanti al Signore con tutto me stesso, senza nascondere più niente, senza cercare di apparire perfetto ai Suoi occhi, ammettendo i miei limiti e quindi la mia umanità.
È arrivato così il giorno più atteso, quello delle confessioni, il centro dell’intera esperienza. Avevo finalmente preso la decisione di voler guarire, pronto ad accogliere qualsiasi conseguenza questa scelta avesse posto sul mio cammino. Con la testa bassa e il volto rosso, finalmente, per la prima volta, sono stato sincero davanti a quel Gesù che aveva aspettato e desiderato quel momento da quando mi aveva pensato. E così minuto dopo minuto sono riuscito a liberarmi di tutti quei macigni che avevo tenuto per me, che avevo sempre nascosto: ho finalmente permesso al Suo amore di entrare e far luce dentro di me. E le lacrime della mia sofferenza si sono trasformate subito in lacrime di gioia, quando ho capito finalmente che non potevo portare da solo quel peso, che finalmente avevo accettato di farmi aiutare da quell’amico che era sempre stato presente, che aveva sofferto con me per tutto quel periodo, che era felice molto più di me di vedere finalmente un figlio deciso a porre una pietra sopra agli errori del passato per ripartire, insieme, nella consapevolezza che il peccato non ti può definire, che gli errori commessi non possono determinare la persona che sei e che sarai.
E così il giorno dopo mi sono rimesso in cammino, e quanto ho goduto di quel silenzio. È stato come quando riscopri un rapporto, quando hai finalmente chiarito con un amico e hai abbandoato tutti quei pregiudizi che ponevano soltanto limiti sterili al vostro rapporto. E così quel silenzio insopportabile è diventato il luogo del dialogo, dove ho riscoperto la bellezza di stare con il Signore, dove finalmente potevo essere me stesso, pieno di ferite e di difetti, ma senza sentire più il bisogno di nasconderli o negarli.
E sono arrivato così in Porziuncola. Il mio cuore traboccava di gioia perchè ero consapevole che avevo lasciato lungo quei 137km un vecchio Angelo, per trovarne uno nuovo, capace di chiedere aiuto, consapevole di non essere più da solo, un Angelo rinnovato, RISORTO.

Angelo.

MARCIA 2017 !

2017 – XXXVII Marcia Francescana – Gruppo Umbria-Sardegna
UN PASSO OLTRE
da Passignano sul Trasimeno ad Assisi

INNO UFFICIALE 2017 “Un passo oltre”

Anche un viaggio lungo 1000 km inizia con un piccolo passo… (Lao Tzu)

 

AMARE è servire, servire è AMARE!

È giovedì 4 marzo, alzo la tapparella della mia camera e vedo il piazzale di casa mia completamente innevato. Penso subito: “Bene, oggi arrivare ad Assisi sarà un’impresa!”. La mia previsione non è stata smentita, arrivo in stazione a Modena e il treno che avrei dovuto prendere è stato cancellato causa maltempo, così come i seguenti. Dentro di me pensavo solo: “Evidentemente dietro a questo servizio c’è qualcosa di veramente grande! Bene, allora non posso mollare!”. Dopo più di 9 ore riesco ad arrivare ad Assisi e scorgendo la facciata di Santa Maria degli Angeli tutte le fatiche svaniscono in un lampo: sono finalmente arrivato!
Non sapevo ancora cosa aspettarmi da questa esperienza perché non avevo mai fatto un servizio da solo e non conoscevo gli altri ragazzi; ero un po’ spaventato ma avevo anche una gran carica.
Sentivo il bisogno di stare li, di fare un’esperienza di Dio e con Dio anche se non mi sentivo all’altezza.
Ero già stato in precedenza ad Assisi, ma solo per frequentare i corsi tenuti dal SOG e non pensavo che il servizio sarebbe stato a sua volta un altro “corso nel corso” caratterizzato da momenti di fraternità, di lettura della Parola e di condivisione.

Ho sperimentato ancora una volta il Suo amore, perché attraverso il dono del proprio tempo e delle proprie energie ti rendi conto di quanto è importante la gratuità: infondo Gesù si è donato a noi gratuitamente e tutta la sua vita è stata un servizio verso l’umanità. Sperimentare anche solo un assaggio di questa bellezza ti rende felice, amato e soprattutto ti rende figlio di Dio.
In questi giorni sono riuscito finalmente a capire le parole di Gesù quando rivolgendosi a Marta diceva: “Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno”, li il Signore mi ha fatto capire di quanto sia importante passare attraverso un sepolcro per prendere la parte migliore, di quanto la Sua presenza sia veramente fondamentale per il cammino dell’uomo perché Lui non cerca servitori ma veri amici. Ho riscoperto l’importanza del dono dei fratelli: ho conosciuto infatti altri ragazzi, ognuno con la propria vita e le proprie storie, ma eravamo tutti in piena comunione. In questo tempo mi sono sentito a casa, accolto e accettato per quello che sono e non avrei mai immaginato che alla fine avrei ricevuto più di quello che ho dato.
Ho capito che amare vuol dire servire e che attraverso il servizio si può amare in modo smisurato!
Torno a casa più consapevole del fatto che lasciar fare a Lui vuol dire giocarsi la vita per un amore più grande, sconfinato ed eterno!

Joele

DALLA FRAGILITA’ NASCE SEMPRE BELLEZZA

Tutto è incominciato ai primi di gennaio quando, un po’ per curiosità e un po’ perché sentivo il bisogno di vivere un’esperienza nuova, mi sono iscritta al corso Tu sei il sogno di Dio.
Non avevo la minima idea di cosa sarebbe stato ma ho deciso di fidarmi e provare.
Sono sempre vissuta in una famiglia molto religiosa e fin da piccola sono stata abituata a partecipare alle Funzioni domenicali. Tuttavia nell’ultimo periodo mi sentivo totalmente distaccata da quella realtà, non trovavo più senso nelle parole che ascoltavo ogni domenica.
Sono arrivata ad Assisi fragile e vulnerabile, colma di infiniti dubbi.
Qui ho ascoltato parole che mi hanno cambiata, hanno ricucito ogni singolo pezzo di me.
Ho capito che noi siamo stati creati per vivere, non per noi stessi ma per gli altri. La nostra vita, così com’è, con tutte le possibili imperfezioni in realtà è un dono per chi ci sta accanto.
Ogni giorno ascoltavo parole profonde che parlavano di me, arrivavano dritte al cuore. Ho imparato che nella vita dobbiamo puntare lo sguardo sempre in alto, sempre un po’ oltre a tutto ciò che il mondo vuole farci credere. Solo così possiamo vivere all’altezza dei nostri sogni. Ho preso consapevolezza che l’amore di Dio è immenso perché non importa quanti difetti ci portiamo dentro, Lui ci ama così come siamo perché “dalla fragilità nasce sempre bellezza.”
Quella ad Assisi per me è stata “un’ avventura” fantastica nella quale sono stata in contatto con nuove persone e mi ha insegnato quanto queste siano importanti, quanto un abbraccio, un sorriso, possano ricomporci.
Sono felice di averne preso parte perché ha sicuramente segnato un punto di svolta per me e auguro a tutti di poterla vivere.
Virginia

TU SEI IL SOGNO DI DIO!

Carissimi,

pace a tutti voi!

Qualche giorno fa è concluso il corso Tu sei il sogno di Dio!

Ringraziamo insieme il Signore per i tanti volti incontrati, le tante storie ascoltate, e soprattutto per tutte le vite che hanno ripreso nuovo slancio…

Proprio da qui, molti adolescenti si sono riappropriati del loro diritto ad osare nella vita con desideri GRANDI! Qualcuno è arrivato con il gruppo parrocchiale, altri con amici, altri contro voglia, altri ancora con l’inganno…ma tutti, nessuno escluso, portava dentro il desiderio irriducibile di una VITA PIENA!

Non siamo chiamati a restare fermi, ma a cercare, sognare, innamorarci e lasciarci amare…questo è quello che in questi giorni abbiamo cercato di trasmettere a tanti ragazzi venuti da tutta Italia!

NELLA TUA TERRA !

Carissimi buon anno a tutti!

Sono passati pochi giorni dalla bellisima festa di Capodanno passata insieme ma il ricordo dei bei momenti vissuti insieme arricchiscono i pensieri della giornata!

Il Signore è grande e lo manifesta ogni volta che gli concediamo un pezzo della nostra terra, della nostra quotidianità, per abitarla.

La festa di Capodanno è stata vissuta proprio così: cercando di lasciare a Dio lo spazio giusto per poter abitare il nostro tempo. Nell’ascolto, nella festa e nella preghiera.

Con l’augurio che ciascuno di noi possa diventare abitazione bella e gradita a Dio, la nostra fraternità del SOG vi augura un felice 2018.

Alleghiamo il video della catechesi e della messa di capodanno con alcune foto.

 

 

 

 

 

 

 

Consumati nell’amore !

Salve a tutti!
Siamo Luca e Laura della comunità Papa Giovanni XXIII e desideriamo condividere con voi in questa testimonianza, la  nostra vita e la nostra vocazione! Così, come le parole lo consentono.

Già nell’adolescenza e negli anni a venire, siamo stati rapiti dal grande desiderio di sprecare la nostra vita amando di amore inutile, investendo tempo e forze su chi veniva scartato dal mondo, abbracciando l’emarginato maleodorante, facendo spazio ai bambini abbandonati.

Siamo stati cresciuti dalle nostre parrocchie, nutriti da centinaia di catechesi e da mille eucarestie, allenati alla vita di oratorio come alle veglie di preghiera di fronte al Santissimo. Il desiderio di consumare la nostra vita per gli altri, di sacrificare le nostre esistenze per dare senso all’esistenza dei più poveri, ha fatto la cova nei nostri cuori. E quando io e Laura ci siamo innamorati, in modo naturale è sgusciato in noi il dono della condivisione. Ci siamo sposati poveri per poter stare con i poveri. Abbiamo cambiato rotta andando contro tutti i programmi che altri avevano fatto su di noi. Ci avevano pensati avvocato, hostess, assistente sociale, notaio…con il coraggio della Fede noi invece abbiamo obbedito a Dio che bisbigliava il suo progetto d’amore nei nostri cuori. Abbiamo trasgredito nell’amore alle regole del vivere secondo le logiche di massa, ripetendo quello che tutti fanno. Abbiamo avuto il coraggio di essere noi stessi, sfigati, ma noi stessi; fragili, ma noi stessi; inadeguati, ma amati da Dio sopra ogni cosa. Ci siamo abbandonati a quel progetto d’amore molto più grande delle nostre forze e che a noi sembrava poco chiaro, impossibile, irrealizzabile perché ci vedevamo incapaci a realizzarlo…e invece con Dio facciamo cose grandi!

Tanti anni della nostra vita vissuti in casa famiglia in cui io e la mia sposa, dal primo giorno del nostro matrimonio, viviamo senza turni, ne’ ferie, ne’ stipendio, condividendo la nostra vita ogni giorno in modo oblativo, senza nessun compenso personale, con i più piccoli che il Signore ci ha voluto affidare vivendo con loro 24/24h, ogni giorno dell’anno. Abbiamo fatto spazio a bambini soli, a storie di dolore, a persone emarginate, a bimbi piccoli disabili gravi, anime spente alla vita a seguito della solitudine e dell’abbandono, che hanno ritrovato il gusto della vita grazie all’abbraccio di un papà e di una mamma. Vent’anni vissuti ad essere mamma e papà non solo dei figli biologici, ma anche di figli che non abbiamo generato nella carne, ma che realmente, possiamo dire, abbiamo generato “nello Spirito”, come dono inaspettato della vita. Una vera famiglia di 15 persone dove oltre alle nostre due figlie biologiche viviamo con altri figli in affidamento: Agnese di 4 anni abbandonata in ospedale per la sua gravissima malattia congenita, un ragazzo in carrozzina da 20 anni, un ragazzo non vedente dalla nascita e altri figli in affidamento con non da circa 15 anni.

In verità il povero non ti si presenta mai come dono e nessuno ci ha sottoposto come “dono d’amore” la relazione psico-sociale di un minore in stato di abbandono o la procedura di adottabilità aperta d’urgenza dal Tribunale per i Minorenni. Non sembrava un “dono” l’urgenza di liberare il minore da un ambiente di vita pericoloso o da un ospedale che gli aveva fatto da casa per molti anni della sua vita solo perché il suo handicap grave aveva così allarmato i suoi genitori da sottoporlo, non solo al dolore della sua menomazione, ma anche alla violenza dell’abbandono. Il più delle volte avremmo rischiato di sbattere contro una relazione sociale, una procedura standard, un protocollo sanitario. Ma forte e decisa è risalita in noi due sposi la scelta di riconoscere l’utente che l’assistente sociale ci accompagnava fino alla soglia della porta di casa, come figlio non appena avesse attraversato quella soglia; ciò che per il mondo, al di là della soglia del portone della nostra casa, era un problema, per noi, attraversato quel mattone, sarebbe stato già figlio, vero dono “a prescindere”.

I figli che abbiamo accolto in questi anni, in modi diversi, hanno testimoniato un unico vero disagio come se dicessero: “io non ci sono in questa vita”. Abbiamo accolto bambini “fermi”, assenti alla vita, vere e proprie anime spente che restavano assenti da tutto ciò che girava attorno a loro. Era come se non fossero interessati, o si fossero così spaventati di vedere cose che non avrebbero dovuto vedere o di sentire cose che nessun bambino avrebbe dovuto sentire, al punto che avevano preferito uscire fuori dal gioco della vita. All’età di 2/3 anni li mettevamo sul divano seduti e dopo un’ora li ritrovavamo sul divano seduti nella stessa posizione. Ugualmente, sebbene in modo completamente opposto, abbiamo accolto minori così irrequieti e iperattivi, che diversamente urlavano lo stesso disagio: la vita mi ha fatto vedere scene che non posso portare ne’ sopportare!

L’assenza dalla vita non è un male curabile con la somministrazione di un farmaco o di una mistura portentosa, ma diventa uno stato di fondo dell’interiorità e della personalità che annulla gli impulsi vitali. Avevamo fatto passare la soglia di casa a persone “incapaci alla vita”. Avevano messo il piede già sul secondo mattone e già significava “appartenenza”, “relazione significativa”, già volevamo dire: “Vieni, sei Figlio!”

Nessuna competenza pre-acquisita, nessun titolo di merito, ma il solo matrimonio e una buona vita familiare, avrebbe combattuto il malessere profondo di quel “dono” incapace alla vita.

Le vite dei nostri figli più fragili non sono vite inutili, né sprecate, ma chiamate alla vocazione più alta che si possa pensare, a redimere le vite sbandate che non trovano più il coraggio di fare il male quando incontrano la grandezza del bene di una vita crocifissa e innocente. Viviamo in casa con uomini che hanno vissuto 20, 30 anni di galera e li abbiamo visti convertiti dalla tenerezza della nostra piccola creatura disabile, incapace di vedere, di mangiare e, per gli ultimi anni della sua vita, anche di respirare da solo. Abbiamo visto mani rugose, tatuate, con le dita monche e sfregiate segnate da una storia di violenza e di rabbia che maldestramente diventano docili in ogni carezza sulle guance liscissime di nostro figlio. Viviamo con ragazze che hanno battuto la strada, costrette a prostituirsi da un racket violento e che ora sono salve e che piangono di fronte al candore dei giorni di vita di Giuseppino che ha vissuto tutta la sua esistenza tra un lettino e una carrozzina, riempiendo le stanze della nostra casa con la purezza e l’innocenza della sua debolezza.. Quale vocazione più alta crediamo noi di assolvere con le nostre vite forti e incrollabili?

 

Luca e Laura

Comunità Papa Giovanni XXIII

Casa famiglia “Fuori le Mura”

Assisi

 

Lo sposalizio

Tra gli entusiasmi della festa

E lo spumeggiare dell’allegria

Celebra la “liturgia dei corpi”

Di due innamorati

Che desiderano spezzare la loro vita

E i loro stessi corpi

A servizio l’uno dell’altra.

Gli sposi sono ministri di questo rito

Ogni giorno della loro ferialità.

E come il pane spezzato

emana una fragranza incontenibile,

e come il corpo di Cristo spezzato

effonde il suo Spirito,

Così i corpi spezzati degli sposi

diffondono la fragranza della fecondità.