Salvato da un perdono

Raccontare di me oggi è rendermi conto della trasformazione naturale che c’è stata innanzitutto nella relazione con Dio ed in tutte le mie relazioni; è vedermi diventare finalmente un donatore di amore e non più uno che lo ruba dove gli capita.

A 14 anni ero un ragazzo tranquillo anche, forse, un po’ tonto. Ero tutto casa e chiesa, già animatore in parrocchia senza sapere bene chi fosse Dio per me. Già rubacchiavo l’amore ma non me ne rendevo conto e lo facevo perché in famiglia qualcosa era mancato sopratutto il rapporto con mio padre: uomo dai mille vizi e incapace (non per colpa sua) di amare veramente qualcuno.

Questo accade fin da quando sei piccolo e ti lascia ferite di cui crescendo non ti accorgi, e lasci andare.

Arrivano i 16 anni e con questi il lento declino. Mio padre si ammala, ha un’emorragia cerebrale (finirà su di una sedia a rotelle) ed io e mia sorella rimaniamo a casa da soli, imparando a fare le cose da grandi quando nessuno dei due lo era. Ed è qui che mi rendo conto di una cosa: io, in fondo, non avevo fatto nulla per meritarmi tutto quello che era successo: né di avere un padre così, né tutta quella sofferenza.

E allora mi chiedo in continuazione perché: “perché a me? Cosa ti ho fatto di male? Ed ora come si aggiustano le cose?”. Queste domande erano dirette a Dio. Mi sono arrabbiato con lui e ho deciso che quelle domande non le avrei più ascoltate.

Comincia così la mia doppia vita: catechista il pomeriggio, perché ti da quella dose di accettazione che in fondo desideri e di cui hai bisogno, fattone la sera.

Comincia il tram tram delle canne e dello spaccio. É un attimo: da una si passa a due, poi a tre e alla fine arrivi a 19 anni intorno ad una quindicina di canne al giorno. Ovviamente la rabbia non diminuisce, così decido di porre un freno anche con la chiesa: Dio me l’aveva fatta troppo grossa, oramai ero “grande” avevo un papà (rabbioso) sulla sedia a rotelle in casa. Mia madre e mia sorella decidono di scappare perché vivere con lui era diventato impossibile ed io resto lì, a fare cosa?

Un sera decido di smettere di fumare, al tempo la chiamai tachicardia, ora direi una bella “manona” di Dio sulla mia testa. Nessuna ripercussione, nessun tentennamento. Le persone che mi conoscono ridono quando gli dico di aver smesso (oh ridono di gusto eh!!). Le domande che fino al giorno prima avevo sotterrato tornano a galla e oramai sono gigantesche. Tutte rispondo ad un bel buco nero che chiamo “perché nessuno mi ama?”.

Questo era quello che ero. Poi è avvenuta la lenta ri-conversione, un po’ come Maria Maddalena al sepolcro che si volta indietro e finalmente riconosce Gesù: un giorno un’amica mi porta, con una scusa, in chiesa e mi fa conoscere un sacerdote e lui di punto in bianco mi offre di vederci per un caffè. Accetto il caffè convinto che mi avrebbe fatto un’omelia gigantesca e invece si dimostra solamente accogliente, mi lascia parlare di tutto e alla fine parlo anche di Dio che scopro di avere abbandonato solo io. Lui era lì ed io lo riconosco di nuovo e parlo di Lui come non ho mai fatto.

Li ricomincia il rapporto con Dio fatto di preghiera, messe (anche in mezzo alla settimana), parlare con Dio a tu per tu in quella cappellina che diventa quasi casa tua.

Lentamente mi riapproprio di me stesso, di ciò che sono e Dio mi dimostra il suo amore infinito nonostante io continui a rubare l’amore in tutte le cose che faccio, dal servizio alla relazione con la mia ragazza, fino all 2 Agosto di quest’anno. In Porziuncola porto la mia sofferenza in un pianto liberatorio lungo dieci anni di lacrime sotterrate. Mi tocca il Suo amore, il Suo abbraccio paterno, quello che avevo sempre desiderato da mio padre. Lui da padre me lo regala. Dico tra me e me: vedi a lasciar spazio a Lui che cose che fa?!

Avevo scoperto la Provvidenza per me, e ora la volevo concretizzare in casa, con mio padre. Oramai lo avevo già perdonato perché, in fondo, mi aveva donato la cosa più importante: la vita, che avevo scoperto essere bellissima.

Ma forse Lui non aveva perdonato me. Un giorno lo ritrovo lì in casa, in un lago di sangue per via della dialisi e dal momento in cui inizio a prendermi cura di lui ci ritroviamo ancorati ad un amore nuovo, ad un modo di guardarci nuovo che non è il nostro ma Grazia vera di Dio. Oggi facciamo cose da padre a figlio mai fatte in vita nostra, non volano più insulti dentro casa ed io ho scoperto l’amore e come si dona in maniera gratuita, spezzandosi per qualcun altro, proprio come se fossimo eucarestia.

Ho scoperto che Dio non dà una vita diversa ma fa diversa la vita, ti dona quel famoso cuore di carne di cui parla il profeta Ezechiele, quel cuore che dice: “la vita è bella”, centrati in Dio è meravigliosa! Per quante cose brutte possano succederci c’è un amore più grande per te, gratuito, che se gli lasci spazio fa veramente Miracoli.

Emanuele

Giocarsi la faccia!

“Vuoi venire alla missione Giovani a Roma?”

“Boh… va bene”

È iniziata così per me la Missione. Non troppo convinto, senza pensarci più di tanto.

Non sapevo bene come funzionasse una “missione”; sapevo solo che rompere le scatole ad altre persone per qualcosa che a loro non interessa, è una cosa che detesto.

Da quando anni fa ho smesso di fare il PR per una discoteca, da quando ho finalmente smesso di stressare la gente per convincerla a venire da qualche parte, pensavo di non dovermi più trovare in una situazione del genere.

E invece è successo. È successo da venerdì 9 Ottobre sera quando, appena arrivati a Centocelle, siamo stati lanciati per le strade di Roma, in una serata di pioggia, in un quartiere di universitari che dal mio punto di vista l’ultima cosa che volevano era essere fermati da un gruppo di ragazzi, frati e suore, che volevano parlare con loro e invitarli a degli incontri non ben chiari che sarebbero iniziati la settimana dopo.

Non ti nascondo la mia perplessità per quanto avevo cominciato a fare! Puoi immaginare un giovane che si stava bevendo una birra con gli amici, o che si stava girando una canna, come poteva rispondere a una proposta del genere… Soprattutto se quello che gli stava di fronte ero io, io che lì per lì non ci credevo neanche un po’ che quello che gli stavo dicendo lo interessasse anche solo lontanamente!

Allora ho deciso di prenderla come un gioco. Devo fare questa cosa? Va bene, facciamola… basta che finisca presto! Però dieci giorni sono lunghi… e al terzo, fratello/sorella mia, stavo davvero scoppiando…

Va bene la pioggia, va bene che c’è chi ti deride, va bene che c’è chi non ti calcola proprio, va bene…. Ma io sono qui… perché? Perché sto facendo questa cosa? Forse devo smetterla di accettare tutto quello che mi viene proposto… forse ci sono cose fatte per me e cose che non sono fatte per me, e devo solo imparare a discernere meglio…

Erano questi i pensieri che mi abitavano! Però almeno vedevo che non ero l’unico, e questa era una magra consolazione. Certo non sufficiente…

I giorni seguenti hanno cominciato a spiegarci meglio cosa vuol dire essere missionari, essere apostoli, mandati. Noi in effetti eravamo stati mandati dal vescovo, nella prima messa, con un vero e proprio mandato della Chiesa.

C’è un tempo per essere discepoli, per ascoltare, per meditare, per fare luce e verità dentro… C’è un tempo per essere apostoli, per portare quella luce e quella verità fuori di noi e illuminare…

In effetti se si rimane sempre e solo discepoli è come continuare a mettere olio in una lanterna senza accenderla mai… quell’olio prezioso che ti hanno versato dentro prima o poi deve farsi luce, deve farsi voce. Altrimenti che cosa serve?

Ma io questo che ti dico qui, là lo intuivo appena! Erano passati tre giorni, e io mi stavo sovraccaricando. Cominciavo a vedere davvero la povertà e la pochezza di certe persone che incontravo: delle facciate inscalfibili, delle vere e proprie corazze, erette contro chi stava soltanto cercando di portarti un po’ di sé, perché credeva che questo potesse in qualche modo riguardarti…

Quello che mi ha sconvolto però è che cominciavo a vedere non soltanto la loro povertà e pochezza… queste persone mi riflettevano tutta la mia di povertà e di pochezza! La mia chiusura, la mia facciata e corazza inscalfibile che avrei certamente esibito se io fossi stato al loro posto a bere una birra con certi miei amici…

Non basta sentire di avere molta fede, sentirsi vicini a Dio: la vera partita si gioca in strada, nella vita con gli altri. Cristo andava per le strade! Lui, vero uomo, non si è ritirato su un monte o in una città per stare da solo con Dio!

Se quella fede che dici di avere non s’incarna nelle tue relazioni, nel tuo metterci la faccia e nel prendere una posizione, allora la fede diventa solo una consolazione, un luogo sicuro in cui coccolarsi o crogiolarsi.

Io non sono riuscito ad entrare in questo passaggio fino a che non mi ci sono trovato dentro… o meglio, finché non mi ci hanno fatto trovare dentro.

Vedi, per me non era mai il momento di prendere una posizione: ‘Ci saranno altre occasioni…’ dicevo ‘questa non è l’occasione giusta per intervenire’. Oppure ‘Se adesso mi espongo non sarò più credibile e non riuscirò poi a far capire il messaggio cristiano che invece c’è dentro di me…’

Chiacchiere. Giustificazioni.

Pensi di essere testimone al momento giusto, ma non c’è un momento giusto. C’è un unico momento, che è questo. E ogni volta, sempre con gentilezza e buon senso, scegli di essere con Cristo oppure di rinnegarlo come fecero Pietro e Giuda il venerdì santo.

La buona notizia è che tutte le volte che lo hai rinnegato e che lo rinnegherai, Lui ti ha già perdonato e ti perdonerà… ma non senza sacrificio. Perché tu vali il sacrificio di Cristo, sempre. Ma non approfittarne in modo apatico, non essere indifferente a questo Suo sacrificio!

È esattamente questo che mi è scattato dentro dopo il terzo giorno della missione: quando, carico e gonfio della povertà e della sofferenza di molti sguardi incontrati, dopo aver incontrato anche il mio volto in mezzo a tutta quella folla di pecore senza una guida, il cuore mio si è mosso a compassione e davanti al Santissimo sono scoppiato in lacrime. Ho pianto tanto la terza sera, molto e per molto tempo.

Ora ho ricostruito il tutto, e ti posso quindi raccontare questa rilettura… Ma lì, gettato in ginocchio davanti al corpo di Cristo, piangevo e basta.

Vedevo la mia sofferenza, ero carico di quella delle persone incontrate e di quelle che vedevamo per strada a elemosinare un po’ di soldi o un po’ di attenzioni.

Ho capito perché ero lì, perChi ero lì. Ho capito che la sofferenza che portavo dentro era la stessa di Cristo… è chiaro che il paragone non regge il confronto. Io ci ho messo la faccia, al massimo ho preso qualche insulto, Lui si è preso delle flagellate e delle percosse ed è morto in croce per me… Ma ora, là, Gesù non mi stava chiedendo di morire in croce, né di prendere flagellate sulla schiena. Mi stava chiedendo di metterci la faccia per lui. Tutto qui. Poco o molto, quello era.

La missione è durata all’incirca un’altra settimana dopo quel momento, e tutto poi aveva preso un’altra piega… Non era più un gioco fastidioso, ma la mia vita giocata per qualcuno. E vedevo che ciò che avevo capito, anzi, quello che il Signore mi aveva fatto capire, esercitava una forza anche sulle altre persone che incontravo! Riuscivo a spiegarmi e a dire loro perché stavo facendo questa cosa e perché ero felice di farlo nonostante la fatica… riuscivo anche a far capire loro che m’interessava la loro felicità! Perché era vero! Non era più uno stressare gli altri né un convincerli a venire a questi incontri…

Era una mano tesa, uno sguardo che riesce a esserti vicino, a entrare in confidenza…. E là dove non si riusciva ad entrare, un sorriso e un saluto lasciavano comunque un precedente.

Partite sempre dal Santissimo, e tornate sempre al Santissimo.

È stata questa la chiave per entrare nella missione. Missione che non si è esaurita a Centocelle, ma che è stata dinamite per scoprire che anch’io posso essere quel volto d’amore che una volta mi ha guardato, e che mi guarda tutt’ora quando ho occhi per vedere. Gratuitamente hai ricevuto, gratuitamente dà. Dà per vivere nella persona di Gesù Cristo vivo e non nel Suo ricordo; dà per essere parte e sentirti parte di un corpo che è sposa di Cristo: una Chiesa che è Una, Santa, Cattolica e Apostolica.

 

 

Missione è essere fecondi

“Li mandò a due a due..” per sicurezza,noi,siamo stati mandati in sessanta. Destinazione Roma – Centocelle – Missione Giovani.

Mi piace viaggiare in treno, guardo fuori e un po’ mi fa ridere questo viaggio inaspettato, un SI un po’ incosciente e curioso. Non è da nemmeno un anno che frequento Assisi e quante cose si sono trasformate, quante avventure, quanti incontri. Ma il mio incontro-scontro con i frati, in realtà avviene tre anni fa, proprio in una missione giovani, a Bologna, la mia città.

La missione a Bologna per me è stato un punto di ripartenza, riscoprire ciò in cui credevo di credere. E’ stato talmente sconvolgente che prima di andare ad Assisi ci ho messo due anni, insomma, mi ci è voluto un po’ per metabolizzare e decidere di partire sul serio, di intraprendere un cammino e realizzare il desiderio di felicità.

Ed ora in questo cammino sono stata chiamata, insieme ad altri sessanta, fra ragazzi, frati e suore di Assisi a testimoniare il mio incontro con la Misericordia di Dio ai giovani di Roma che incontreremo, a sperimentare la strada degli Apostoli, a restituire ciò che abbiamo ricevuto.

Ognuno, con il suo bagaglio e le sue paure, ha lasciato la sua piccola realtà per essere incontro, per essere sguardo, mani e piedi della Parola, di quella che ci ha riempito la vita,della Parola che per me è diventata Bellezza.

La mia preparazione apostolica non è delle migliori, ho qualche problema con il numero di tuniche, sandali e contenuto della bisaccia, nel dubbio porto un po’ di tutto, cercando di avere un piccolo appiglio sicuro in questo viaggio che non so proprio cosa mi riserverà.

Sperimentare il dono dell’Amore di Dio è il dono più bello che si possa ricevere, sperimentare l’essere dono lo è ancora di più.

Il dono nasce già dalla chiamata, da quello Sguardo che si fida di te, te che non sai nemmeno da che parte sei girato; quello sguardo che ti ama, ti accoglie per come sei e ti affida la sua vita. Ci è stata affidata la Sua bellezza per esserne testimoni, la sua luce per essere speranza, il sale per essere gusto e nutrimento, lievito per far crescere i desideri belli del cuore.

Essere missionario è fare esperienza del Suo cuore, è lasciar perdere il tuo io e far spazio a Lui.

Nessuna pretesa di riuscirci ovviamente, consapevoli di quanto il nostro cuore sia limitato e di quanto il Suo amore sia eterno. Ma quanta gioia anche solo sperimentarne un pochettino!

Ma come può l’infinito dentro un piccolo cuore umano? Solo se non trattieni niente per te, solo se ti fai strada puoi vivere i fratelli, puoi essere canale e strumento della benevolenza di Dio, canale e strumento delle sofferenze degli altri.

La missione è davvero qualcosa che puoi toccare, è esperienza di Vita piena.

Piena di sguardi, di occhi che ardono, occhi luminosi, che sorridono, che cercano conforto, occhi persi che desiderano la felicità, occhi impauriti, occhi che vogliono amare, che cercano, curiosi della vita, occhi che si difendono, occhi che nascondono, occhi che si lasciano amare; occhi che rimangono nel cuore.

Ho scoperto tante cose di me negli occhi dei fratelli che ho incontrato, ho visto il mio riflesso, le paure del passato, le mie riserve, la ricerca di uno sguardo d’amore che ho sperimentato tante volte, la paura di essere scoperti, perché negli occhi si vede ciò che sei, sei nudo, spogliato delle tue maschere, gli occhi sono la strada che porta diritta al cuore, alla tua parte più intima.

E’ una grazia enorme poter avere gli occhi dei discepoli, che scrutano la realtà, che sanno vedere la verità, quegli occhi che sanno riconoscere nel tuo fratello, nel tuo prossimo, Gesù.

Questo allora cambia tutto, le tue relazioni nascono dall’accoglienza, dal riconoscere la sacralità dell’altro, nel vedere in ogni fratello la luce di Dio, nel riconoscere nel fratello la fragilità e l’umanità di Dio. Da qui nasce la compassione, sperimentare nel tuo cuore le gioie e le sofferenze del fratello. Sentire il cuore che batte davvero insieme a quello di chi ti sta accanto.

E non importano più le differenze di opinione, le differenze di vita, quel tuo fratello ha il tuo stesso cuore, gli stessi occhi che desiderano solo essere amati, e ogni persona che incontri nel cammino è parte di te, e ogni incontro che fai diventa parte di te, questa vicinanza allora ti chiede solo una cosa: condividere tutta questa bellezza che porti nel cuore e donare all’altro una parte di te. Non ha importanza perdere qualcosa di te, perchè sai che diventerà parte del fratello. Non ha importanza la paura di mettersi a nudo, di togliere le maschere, non ha importanza proteggersi, perchè un cuore chiuso non batte con quello degli altri, è solo, ripiegato sul suo ritmo, solo un cuore spogliato può incontrare e farsi vicino al battito del prossimo e prendersene cura.

E non c’è modo migliore del prendersi cura che restituire ciò che hai ricevuto e servire chi ti sta accanto.

Restituire è il contrario di possedere, restituire è imparare ad essere grati, rendersi conto che non sono le tue capacità a renderti un bravo missionario, ma semplicemente il desiderio di far sperimentare cosa vuol dire essere amati  per ciò che si è.

Ma per far sentire amato chi ti sta di fronte è necessario saper accogliere, e questo è veramente faticoso, perchè sa accogliere chi ha accolto per primo sè stesso, perchè l’ incontro con l’altro parla sempre di te, le resistenze verso l’altro sono esattamente lo specchio che non vorresti mai avere di fronte, e allora per accogliere bisogna mettere da parte davvero il proprio IO, rendersi conto che se rimani IO, non potrai che restare da solo, senza un TU da accogliere non esiste relazione, non esiste amore.

Ogni esperienza di amore gratuito è un’esperienza di sconfitta, è perdere qualcosa a cui ti attacchi da una vita, e perdere diventa l’esperienza più liberante che ci sia; la vittoria più bella perchè fa spazio all’amore.

Si crede anche che chi serve sia lo sconfitto, ma solo un vincitore si sa abbassare, solo chi vince l’idea di essere perfetto sarà libero, solo chi vince l’istinto di prevaricare sul fratello, che è parte di te, saprà amare. E amare è servire: amare gratuitamente è essere libero.

La missione, essere apostoli è fare esperienza del cammino di Gesù, dei suoi sentimenti; è sperimentare la Pasqua, prendere la propria vita è restituirla, facendosi testimonianza.

Consumarsi per gli altri, testimoniare, ci ha dato l’opportunità di essere vita attraverso la nostra vita, di essere speranza attraverso i nostri i nostri occhi, le nostre mani, le nostre fatiche; ci ha permesso di fare delle nostre morti, vita per gli altri.

Ogni volta che abbiamo perso qualcosa di noi, abbiamo guadagnato qualcosa per chi ci stava accanto.

Missione è essere fecondi; è generare vita secondo il Suo cuore.

Sofia

Missione Giovani Centocelle (RM) 9-18 ottobre

Carissimi amici!
fra pochi giorni, dopo la festa di San Francesco, saremo a Roma, a Centocelle per una grande missione Giovani!!!
Vogliamo chiederti di accompagnarci con la preghiera e di venire e invitare i tuoi amici agli incontri che terremo!
Su questa pagina di Facebook potete vedere tutti gli appuntamenti e restare connessi con noi.
Vi aspettiamo!

VOLANTINO FRONTEDicono di noi…

http://www.romasette.it/chiesa-in-uscita-a-centocelle-e-a-tor-de-schiavi/

8500 passi con Francesco… L’amore che non muore

Marcia notturna nel transito di Francesco d’Assisi

3/4 Ottobre 2015

Carissimi,

nella notte che congiunge il giorno del transito del nostro padre san Francesco al cielo e la solennità dei festeggiamenti del 4 Ottobre, vogliamo fare esperienza, percorrendo il tragitto compiuto dal corpo di Francesco, della bellezza e della pienezza della vittoria dell’Amore sulla morte!

Attraverso il santo d’Assisi, la sua gioia e la sua profonda spiritualità vogliamo imparare a metterci di fronte alle nostre morti, croci, limiti e sofferenze con lo stesso amore che Gesù ha mostrato e che i santi hanno fatto loro.

Ci ritroveremo sabato 3 ottobre alle ore 15:00 presso la Domus Pacis; LA CENA è AL SACCO!

Per qualsiasi informazione scrivici all’indirizzo email: corsifratiassisi@gmail.com o contattaci al numero riportato sul volantino 

(NB: Le iscrizioni si effettuano solo telefonicamente)

Il Signore vi dia pace!

 

Missione giovani Carignano 18-20 settembre

Carissimi amici, il Signore vi dia pace!

Dal 18 al 20 settembre prossimo saremo a Carignano (TO) per una missione giovani!

Qui sotto puoi vedere il programma! Vieni e diffondi…ti aspettiamo!

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La misura di Dio è l’esagerazione

Dio è davvero esagerato. E L’esagerazione è la misura che ho sempre ricercato nella mia vita e che non sono mai riuscita a raggiungere. Cercavo l’eternità nel tempo, la smisuratezza nell’amore e il massimo in ogni risultato.
Ma tutto questo lo ricercavo nel mondo e lo trovavo solo sotto forma di surrogati. Perfino Dio nella mia vita aveva sembianze e misure umane.
Sono arrivata alla marcia con il desiderio di lasciare a casa le preoccupazioni e prendermi una vacanza dal mondo, dall’università e dagli stessi amici che mi stavano stretti da tempo. Cercavo tempo libero per me… Volevo dare spazio alla mia ricerca della felicità.

Sono arrivata alla marcia senza aspettative e senza programmi ed è una cosa insolita per me. Mi ero costretta a disorganizzarmiper una volta e a fidarmi degli altri.
Facendo lo zaino la sera prima della partenza, ero stata attenta a caricarlo solo con lo stretto necessario, ma mi sembrava in ogni caso pesante. Ignoravo che da anni mi portavo nel cuore macigni enormi e che nella testa c’erano montagne di rifiuti che aspettavano solo di essere smaltiti. Mi ero preoccupata di svuotare il mio bagaglio materiale, ma avevo scordato di dare tregua al cuore e alla testa, in completa carenza d’ossigeno. Stavo troppo bene immersa nei miei impegni che mi evitavano tante domande e impedivano al silenzio di entrare e allestire il salotto per il mio incontro con Dio.
Alla marcia sono arrivata desiderosa di mettere ordine, ma senza sapere da dove partire e senza il coraggio di farlo sul serio. Tutto il coraggio di oggi è arrivato marciando, è arrivato accorciando ogni giorno, passo dopo passo, la mia distanza da Cristo.In ogni momento avrei potuto fermarmi, chiedere aiuto…Tornare indietro…Ma Dio era sempre un centimetro più vicino del momento prima e io volevo esagerare.Questa volta mi ero ripromessa davvero di fare il colpo di mano. Di toccare le sue vesti come l’emorroissa e mettere le mie mani sulle sue ferite come Tommaso. La mia determinazione e la mia testardaggine sono stati gli strumenti che più ho benedetto nella preghiera e di cui Dio si è servito per allungare il mio passo verso di lui.

I momenti di silenzio sono stati il mio sacrificio più grande. Non li desideravo, perché mi costringevano ad ascoltare tutto quello che da sempre avevo messo in modalità silenziosa. E poi mi suggerivano di fare spazio ai progetti di Dio, e io non avevo intenzione di lasciare la mia vita nelle mani di qualcun altro. Non me lo sarei mai concessa. Ma il tempo dei cambiamenti era vicino e io stessa mi ci avvicinavo senza farci caso.

Dall’incontro con le clarisse, il primo giorno, ho realizzato che Dio ti chiama ad operare per l’eternità. Dio non è mediocre e non sa cosa siano le mezze misure, le sfumature di grigio, le decisioni prese a metà, non ragiona sottraendo e dividendo. Dio moltiplica e aggiunge.“Giocatevi la vita per niente di meno che l’eternità… Fate scelte che siano per sempre”,a me questo invito piaceva. Era esagerato, provocatorio, e mi spaventava. Per lanciarsi in qualcosa di eterno ci voleva coraggio. E io non ne avevo.
“Cerco il tuo volto che mi cerca” questo ci cantavano le consacrate mentre, tra i muri silenziosi del monastero, intessevano Lodi a Dio. Non sapevo spiegarmi la pace che respiravo. Lì il tempo sembrava essersi fermato. Guardavo i trecento marciatori e guastatori che Dio aveva scelto come compagni di viaggio per me e non vedevo nulla di familiare, eppure mi sentivo a casa. Dio sapeva che cercavo casa da tempo… Nel cuore delle persone. E che il mio desiderio di trovarla mi avrebbe portato più vicino a lui di quanto potessi immaginare.
Continuavo a tenere a mente le coincidenze che si verificavano dall’inizio della marcia e a riguardarle ora, vedo quanto combaciavano con le intenzioni di Dio. Voleva sorprendermi e farmi abbassare le difese.
Ci è riuscito soprattutto al secondo giorno di marcia, quando mi è scoppiata una vescica! E mi sono riscoperta “non allenata”, “non pronta” fisicamente a quei chilometri che avevo considerato un’impresa da niente, per una sportiva come me. Dio stava facendo la sua parte e stava mostrando alla Beatrice esagerata, che non esiste alcuna preparazione adeguata al suo incontro. Perché la bellezza di Dio sta nell’imprevedibilità… E nel non-calcolo. Io avevo ancora una volta cercato di controllare tutto a mio modo, evitando l’infermeria per giorni, dimenticando di chiedere aiuto e di fermarmi. Ero troppo impegnata a guardare me stessa per accorgermi che già tante mani si erano offerte di aiutarmi. Dio tentava di comunicarmi qualcosa… Ma ascoltarlo avrebbe significato stare ai suoi piani, che io consideravo d’emergenza.
Al quarto giorno ho iniziato a farmi medicare le ferite, ho apprezzato la pazienza di Dio e disprezzato la mia testardaggine. Ho sperimentato la bellezza di farsi amare da Dio per mezzo degli altri. E toccato con mano la grandezza di un piccolo e debole amore riflesso, che attinge alla sua fonte copiosa e limpida.

Mentre scrivo queste parole, riconsidero tutti i “no” che ho detto prima delle marcia e benedico quel “si, vengo” che mi ha trascinata ad Orvieto il 25 luglio. Realizzo che questa era la mia occasione per fare sul serio con Dio e passare da una bella-vita a una vita-bella.
II tempo che dedichiamo a Dio è tempo che profuma di eternità e che non si esaurisce con il finire della clessidra. I giorni trascorsi in marcia sono fissati per l’eternità, insieme agli sguardi di chi era con me. Avevo amici vicini ma estremamente lontani, ora ho amici lontani ma estremamente vicini. Credevo di essere felice, adesso sono felice di credere. Pensavo di poter vivere da sola, ora mi rendo conto che vivere è condividere. Davvero in quei giorni quello che credevo impossibile nella mia vita è diventato quotidianità. Tutto questo lo devo a Dio.
Ringrazio anche i marciatori e i guastatori, i frati e le suore mi hanno portata a lui. Perché sono entrati nella mia vita con il desiderio di cercarlo, e nell’incontrarlo me lo hanno portato più vicino di quanto potessi credere possibile. Donarsi e spezzarsi per gli altri è amare da Dio.
E solo OGGI è il giorno perfetto per iniziare, perché con Dio, IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE.

Ho iniziato il pellegrinaggio nel desiderio di cercare Dio e ho sperimentato che è impossibile desiderare davvero qualcosa e non ricercarla a fondo. Quando questo non succede è perché ad abitare in noi ci sono compromessi sbagliati, tutto quello che io chiamo “Inquinamento luminoso”.
Dio non se ne fa niente della luce artificiale, delle tue piccole soddisfazioni, del tuo tempo speso a festeggiare per dimenticare le insoddisfazioni e gli insuccessi, Lui non se ne fa niente delle tue maschere sorridenti, perché in te ricerca il volto originario, quello che ti ha donato il giorno che sei venuto al mondo. Lui aspetta con pazienza che tu faccia le rughe e pianga… che tu stia al buio per portarti alla luce del giorno. Scava nelle tue tenebre per ricercare dentro di te l’anima vergine, la Porziuncola, perché mentre eravamo ancora peccatori, è morto per noi. Dio non ha aspettative su di te, ma solo disegni di pienezza, eternità, totalità.
Io mi sono innamorata di Gesù Cristo quando mi ha promesso una vita piena, perché ero stanca di procurarmi qualcosa che la riempisse per un po’, ero stanca di affastellare impegni e occupazioni per riempire il silenzio … Dio lo abitava comunque, anche se ci stava stretto, poiché era il santuario che per anni aveva cercato di costruire nel mio cuore e che io avevo sempre abbattuto dalle fondamenta.

Il 31 luglio con la Confessione mi sono spogliata di tutte le maschere che avevo sempre indossato. Se qualcuno mi chiedesse “che volto ha la libertà per te?” oggi risponderei “Ha il volto di un uomo che è morto e risorto per me, il volto di chi mi ha trascinato fuori dalle tenebre e rimesso al mondo”. Mai avrei pensato che la libertà potesse avere il volto di qualcuno, tanto meno quello di Dio. Ma la categoria di Dio è l’impossibile. E da oggi voglio coltivarla nell’orticello della mia fede. Per farlo ho bisogno della sua grazia di cui ho fatto esperienza nella penitenziale. La confessione che, per me, era sempre stato un sacramento accessorio si è rivelato essere la chiave per le porte della vita eterna. Ho sguazzato 22 anni nei miei peccati credendo che da sola mi sarei salvata da essi…La disillusione di quella sera mi ha ricordato che io non sono Dio e che da sola non posso mietere un campo di grano senza raccogliere anche la zizzania. Mi sono sempre affannata a levarla prima del tempo, tagliandola, ignorando che le radici del male attecchiscono anche nei terreni più aridi. E che per vincere il mio peccato avevo bisogno di Dio.“È Dio che cercavo, quando sognavo la felicità”.
Il 2 agosto, baciando la terra santa che avevo raggiunto a piedi, ho strappato a Dio un abbraccio meraviglioso.

Da quando sono tornata dalla marcia, ho realizzato che la mia vita a casa è rimasta ferma al punto in cui l’avevo lasciata prima di caricare lo zaino in spalla e partire, ma nel cuore c’è un desiderio nuovo, quello di FARMI PROGRAMMARE LA VITA DA GESÙ CRISTO”. È spaventoso, e da visionari… ma sono stanca di correre il rischio di non accettare e voglio fare il BENE.

Da questo pellegrinaggio porto a casa verità, bellezza e la certezza che la misura di Dio è l’esagerazione… tutto quello che ho sempre desiderato per la mia vita.
Tutto il caso che c’era nella mia vita è mutato in provvidenza, tutto il passato in misericordia, tutto il presente in possibilità.
Mi avevano detto che la marcia sarebbe stato un posto privilegiato per fare esperienza di Dio. E così è stato. Mi sono lasciata stupire… perché chi si stupisce, regnerà e chi guarderà a Lui, sarà raggiante!

Beatrice

Gesù non è lì!

Sono partita per cercare Gesù nel tempio, sono tornata con il cuore colmo di meraviglia: Gesù non è lì. Ma avevo bisogno di controllare.

Ecco il mio viaggio in Terra Santa. Questa terra è piena di tutto. È piena di colori, piena di odori, piena di gente, piena di diversità, piena di cercatori di Dio. Questo luogo descrive l’assurdo dell’umanità, è l’impensabile, l’irraggiungibile, è la culla da cui proveniamo, è la descrizione della nostra umanità.
Entrare in questo paese è come entrare in una mappa che descrive il crogiuolo umano che abita la terra, è come un racconto colorito per bambini per descrivere l’assurdo del mondo, un racconto i cui personaggi sono esasperati, in cui tutto è caricaturale. Arrivare in Terra Santa è come tornare nel ventre materno, è come guardare un luogo che si è sempre conosciuto e riconoscerlo. Si rimane ad occhi spalancati, pensando che sia impossibile che sia davvero così, eppure lo è.

In Terra Santa ogni uomo cerca Dio. Gli ebrei per Gerusalemme corrono veloci, hanno sempre una meta. Stanno attendendo, eppure non attendono passivi, continuano a cercare, affannati, angosciati. I musulmani cercano Dio, sì, anche loro hanno sete, sono arrabbiati, sono frustrati dalla sua mancanza, si contendono Dio con gli ebrei, come se fosse un possesso. Gerusalemme è una città che non vive nel tempo, è una città congelata in un istante della storia, terrorizzata di cambiare, impaurita da un Dio che ancora non ha compiuto il suo annuncio, che guarda minaccioso il suo popolo dall’alto, tenendo in mano le tavole della legge. Gerusalemme è una donna che attende di partorire, vive quell’attesa della venuta al mondo del figlio, ma è anche una madre con le mani sporche di sangue, che nel suo inconscio soffre dello spargimento di cui è stata responsabile.

A Gerusalemme tutto è ad alto volume, tutto urla. Urlano i commercianti nel suk, urlano i musulmani al passaggio dei pellegrini, perfino il corpo degli ebrei oranti è un urlo. È inquietante, è di una bellezza paurosa, di una luce troppo forte per essere vera. Gerusalemme è una fortificazione che ha imprigionato sé stessa. Il centro della città è il tempio, le cui pareti sembrano crollare su sé stesse a causa della luce sfolgorante emanata dalla cupola della moschea che sorge sulla base del tempio.
È una Babele, in cui tutti rivendicano con lingue diverse la propria appartenenza a Dio. Il popolo israelo-palestinese si azzuffa su un corpo già ucciso, quello di Gesù, si combatte su qualcosa che non è più lì. Il popolo non si accorge che insultandosi, sta insultando Dio, non si accorge che trattenendolo, lo sta perdendo, l’ha già perso.
A Gerusalemme tutti pregano, ma non si riesce a pregare. Nessuno vuole sentire gli altri pregare, e nessun luogo permette a Dio di parlare, perché l’uomo pretende di dire tutto di Dio. Qui ciò che parla di Dio è l’assenza: l’assenza di pace, l’assenza di silenzio, l’assenza di ascolto, l’assenza di amore. Quanta inquietudine si vive in questa città, nel cercarlo.

Mi aspettavo un Gesù in carne ed ossa di fronte a me, con il quale parlare apertamente, e ho trovato un sepolcro vuoto. Che delusione. Ogni luogo di questo pellegrinaggio era intriso di attesa. L’attesa del sì di Maria, l’attesa della nascita, l’attesa dell’incontro con un Gesù adulto, cercatore di uomini. E ogni luogo che narra di lui, non ha senso senza il luogo successivo. Perché la storia di Dio non ha senso senza il suo finale. Per tutto il tempo ho pensato: ma dov’è??? E per tutto il tempo ho pensato ai momenti in cui ci siamo incontrati, in cui sono stata cuore a cuore con lui, ai momenti in cui mi sono sentita amata. E non lo riconoscevo. Quanta inquietudine essere nella sua terra e non trovarlo. Ma è come cercare qualcuno nella casa d’infanzia, entrare nella sua camera con ancora i pupazzi sul letto e non trovare altro che della nostalgia.

Il centro nevralgico della storia di Dio è nel calvario e poi nel sepolcro, dove l’uomo l’ha voluto relegare, incapace di accettarlo. E in questo luogo aspettavo un’enorme commozione. Ho passato una notte intera a cercarlo là dentro, senza trovarlo. Lui non c’era. Vi urlo davvero questa notizia: Gesù non è nel sepolcro!
 Davvero non è più lì. Mi sono disperata di non trovarlo. Non ci potevo credere. Quante volte ne ho fatto esperienza, quanto amo sentirmi nel suo Amore, e non trovarlo in quella che credevo la sua “casa” era per me inconcepibile. Pensavo di sbagliare qualcosa, di non conoscere più Dio, di dover ricominciare tutto da capo. Ma non mi sbagliavo: Gesù non è davvero più lì.
Il corpo di Gesù è asceso al cielo, assieme al suo spirito. E Gerusalemme questo non l’ha capito.

Gerusalemme non ha capito che ogni giorno, rifiutando i fratelli, sta rifiutando Dio. Perché Dio è dentro di noi. Io ve lo voglio dire. Ve lo voglio urlare. Voglio che tutti lo sappiano. Io ho visto uomini che lo cercano senza trovarlo, uomini per cui Dio è diventata una guerra, uomini per cui Dio è un’ideologia, una teoria, una filosofia. No, vi voglio dire, Dio è amore!
È vivo in noi, e vive di ogni volta che amiamo qualcuno.
Dio è un mistero, è la cosa più piccola del mondo, è nato e vissuto proprio lì, in quella terra che non l’avrebbe mai accettato.

Dio chiede l’umiltà di non poterlo conoscere fino in fondo, di non poterlo chiudere tra delle mura, ma di custodirlo in ciò che di più prezioso, bello ed affascinante abbiamo: il nostro corpo. Il suo corpo è diventato il nostro. Ecco perché non c’era in quel sepolcro. Dio è risorto da quel sepolcro, per fortuna!

Sono tornata a casa, a fatica, temendo ciò che mi aspettava, il pauroso quotidiano. Eppure camminando per le strade della mia città questa certezza d’amore si è fatta carne in me. In quel luogo non c’è più, ma noi l’abbiamo visto. Io voglio che lo sappiate, Dio vive nella nostra fede in Lui, nel nostro scommettere che in ogni passo faticoso nell’amore, nel rifiutare il male, nel fidarsi di Lui, c’è la vita. Io sono piccola, ma ogni volta che ci ho creduto, l’ho visto.

Non ci viene chiesto altro che di lasciarci amare e farci portatori di questo amore. Dalla Terra Santa è bello tornare, perché la vita è qui, nel nostro tempo, nel nostro spazio, non si può fermare, non si può congelare, si può solo intessere di bellezza, con la vita di Dio. Ed è in questa certezza di amore, che nasce il desiderio che tutti sappiano, che tutti sappiano che la brezza leggera che soffia per quelle strade, quasi impercettibile, è l’amore, voglio che tutti sappiano che l’uomo è degno di stima, di rispetto, perché è l’amato, perché è il luogo in cui Dio oggi vuole abitare. E non posso sopportare che qualcuno muoia senza saperlo, perché conosco il dolore di una vita spesa così.

E questo desiderio sfocia nell’impotenza di fronte alla libertà dell’altro di non accoglierlo. E di nuovo riapprodiamo all’amore. Perchè Dio ha scelto questo per mostrarsi: la possibilità del rifiuto per lasciarci liberi.
Io tutto questo non lo riesco a capire, e forse nemmeno a credere fino in fondo, ma è la mia fede, che ho ricevuto senza alcun merito, capacità o volontà, è un immeritato dono che ho ricevuto, e per questo ve la voglio donare.

Emilia

Amato così…pacchetto completo!

Fin da ragazzo ho visto nel cristianesimo e nella Chiesa una verità racchiusa in una realtà nella quale stavo bene, ma che non mi andava troppo di approfondire seriamente. La vita vera era separata da quello che sentivo negli ambiti cristiani. O forse non lo era, ma mi riusciva più facile pensarlo.

Il mio percorso di crescita non è stato proprio di quelli da definire senza intoppi e in discesa: caratterizzato da incontri con persone che non volevano il mio bene ma il loro interesse, che mi hanno fatto sentire sbagliato.

Da qui entrai in un mondo di eccessi, disordinato. Dovevo riempirmi la vita di qualsiasi cosa non mi facesse troppo riflettere su me stesso, su chi ero e chi volevo diventare e che mi portasse fuori da me, dal senso di colpa, per respirare attraverso la vita degli altri. Questo era l’unico modo per sentirmi migliore, o almeno accettato, mettendo al centro il mio piacere, il possesso e il mio io.

Conformarmi agli altri, che ritenevo più veri e sani di me, era la risposta ai miei dubbi.

Il mio cristianesimo era composto da una serie di valori imposti e di cose da fare per tenermi buono Dio e sentire che in qualche modo facevo qualcosa. Ma l’immagine che avevo di Lui era molto superficiale e distante. Vivevo una vita parallela: un bel vestitino da bravo ragazzo per famiglia e società e una stalla dentro, costruita da me, che non avevo il coraggio e nessuna voglia di affrontare seriamente.

E Dio se lo vivevo al di fuori, in superficie, diventava un Dio innocuo e facile da gestire. Più lo facevo entrare più diventava un Dio scomodo. Risaltava una realtà che faceva male: il mio peccato.

Sono stato un cristiano da poco con un sacco d’incoerenze, pensando che Dio vedesse solo quello che gli permettevo, ma in realtà era una fede senza un centro, senza Gesù, senza Dio, perlomeno quello vero, che è Amore.

Ho, poi, iniziato un percorso quasi senza rendermene conto, attraverso incontri con persone che ora definisco provvidenziali per il mio cammino. Sono andato a Madrid alla GMG grazie all’invito insistente di un’ amica e poi ho iniziato il percorso delle 10 parole capendo che potevano esserci strumenti per scoprire una verità nuova, almeno per me, un gusto e un profumo diverso da quello della società individualista nella quale ero immerso.

Ma c’era ancora qualcosa in sospeso che non riuscivo a chiarire al mio interno, alcuni angoli bui che preferivo nascondere da tutti e da tutto.

Qui l’arrivo ad Assisi, il 18 luglio 2014, grazie ad un’amica che mi ha consegnato il volantino del SOG. Mi aveva colpito molto l’entusiasmo e la gentilezza usata da lei nel consegnarmelo e la luce nei suoi occhi, la stessa che io da tempo ricercavo, ma che purtroppo avevo perso, restando per troppo tempo concentrato solo su me stesso. La speranza era che Gesù Cristo potesse essermi d’aiuto nell’ordinare la mia storia, con parole nuove, con la Sua storia. Ma credevo che in concreto non potesse fare niente per me, lo vedevo come un esempio ma lo sentivo troppo lontano per uscire dal circolo vizioso dei miei peccati. La realtà, però, è che mi stava preparando da tempo per incontrarmi e io non lo sapevo!

Il corso vocazionale mi ha permesso di dare una svolta concreta al mio punto di vista, allargando gli orizzonti del mio sguardo: non partiva più da me e non finiva solo su di me. Questa volta Dio mi guardava dall’esterno, mi diceva che mi amava facendomi capire che anche per me c’è un progetto per portare molto frutto, bastava orientare il mio cammino, con fiducia, verso l’unico e vero Centro.

Io non cercavo una guida, credevo di essere solo io la guida di me stesso. Cercavo solamente aiuto.

Ed Egli mi ha donato un padre per impostare una strada verso di Lui. Una grazia. Quel padre, fatto strumento, era molto di più di quel semplice aiuto che ricercavo.

Il vero splendido incontro col Signore è avvenuto nella penitenziale del 22 luglio 2014 dove, non sicuramente per merito, ma per grazia, ho potuto fare la prima confessione vera e completa della mia vita. Ricordo esattamente ogni singolo momento di quella sera. Dio voleva incontrarmi nelle mie infermità, nei miei mezzogiorni e mi aveva dato appuntamento. L’ansia prima della confessione. Un blocco all’altezza del petto e una suora che solo guardandomi negli occhi mi disse: “ dì una preghiera, invoca lo Spirito Santo”… Io, scettico, lo feci…e tutto fu più facile.

Sentivo in qualche modo che Qualcuno o Qualcosa si stesse prendendo cura di me, offrendomi una nuova possibilità e mi accompagnava a portare questo peso della croce verso il Signore.

Poco dopo la confessione ebbi un momento molto concreto di liberazione, di leggerezza, di pace, di gioia, di tranquillità e di conforto. Una sensazione che custodisco, stupenda. Mi venne detto che io non ero il mio peccato anche se il mondo attorno me lo faceva credere. E da qui ebbe inizio un percorso sano di conversione, di trasformazione. Da qui ho incominciato a vedere la misericordia come superamento della giustizia. Quel di più che solo l’Amore poteva farmi capire.

L’esserci col cuore pienamente e il fidarmi di Colui che da sempre mi conosce, ha fatto la differenza: ho iniziato a togliere il paraocchi e vedere tutta la bellezza dei doni da cui sempre sono stato circondato.

“Ecco Signore la mia croce più grande, aiutami a portarla”. E cosi è stato. Capii che Dio non è venuto ad eliminare la mia croce, le mie sofferenze, ma a dare loro un significato nuovo. Non c’è Amore senza croce.

Ho iniziato a desiderare questo Amore tanto folle che mi diceva di Amarmi mentre io col mio peccato continuavo ad inchiodarlo, ma la risposta è stata puntuale “ti amo cosi come sei, pacchetto completo, nella tua interezza, e proprio perché ti conosco completamente non ti permetto di non amarmi” e con le parole d’Isaia “tu sei prezioso ai miei occhi, tu sei degno di stima e io ti amo “(Is 43,4), che in quel momento sentivo particolarmente per me.

Da qui fu molto chiaro che tutta la verità è racchiusa in una persona e non in un’idea.

Un frate, con il quale ho intrapreso un cammino serio di fede, mi ha aiutato a dare un nome e a dar significato alla mia storia. Mi disse che la differenza l’ha fatta proprio chi in una “stalla”, in una mangiatoia per animali, ci è nato e probabilmente poteva anche nascere dentro di me se solo gli avessi permesso di entrare.

Così ho capito che il vangelo è una lettera d’amore scritta per me, per trovare consistenza e orientare il mio cammino verso una meta, un punto di arrivo, alla ricerca di una gioia, di una felicità nuova, di una vita piena e non mediocre. C’era una possibilità finalmente di fare le cose bene, di scegliere, nonostante il mio passato, con gioia, partendo da un nuovo giorno, da una nuova Pasqua che si rivela nel presente.

Ho riscoperto l’importanza di una dinamica di perdono nuova, verso le persone incontrate nella mia crescita; come a me è stato perdonato tanto anch’io ho voluto mettermi in gioco per portare il mio perdono a quelle persone, non senza difficoltà. Ma non ero più da solo.

Da qui ogni giorno di più cresce la voglia un po’ nostalgica di rifare quell’incontro iniziale, e di farlo crescere dentro di me, “il mai abbastanza” descritto da San Francesco. Quindi ho iniziato a ricercare quel Volto nella preghiera, nell’Eucarestia e nei poveri, iniziando un esperienza di servizio chiamata “ronda della carità”. Proprio qui ho riscoperto e ritrovato gli occhi di Gesù nel fratello bisognoso e la libertà e la gioia che c’è nell’ assaporare la bellezza di farsi dono per l’altro.

Un senzatetto una sera mi ha detto: “ grazie perché stasera hai scelto di essere qui per me!” e da quelle parole cosi semplici mi sono sentito amato e a casa, al mio posto. Non c’era calcetto o festa o hobby che valesse di più, non importava il mio passato e neanche il mio futuro ma era importante l’essere lì, presente, “stare” lì per lui e per me.

Capii perché Gesù ha scelto gli ultimi: questa gente senza apparentemente niente stava facendo tutto per me, io stavo dando un pasto, ma loro stavano prendendosi cura della mia crescita dandomi la possibilità di servirli. Subito mi fu chiaro che il fare esperienza di Dio, di questo annuncio, fa la differenza. Compresi il “venite e vedrete”.

La relazione col Vangelo è cresciuta sempre più ed ho riscoperto un’ umanità nuova dentro e attorno a me. Ho ritrovato una responsabilità e allo stesso tempo una voglia di annunciare una Parola che salva, pensando soprattutto a tutti miei coetanei e amici che non hanno avuto la possibilità di sperimentare esperienze simili, pur avendo uno sguardo che parla chiaramente di ricerca di gioia piena.

È esplosa la voglia di annunciare che Dio è presente nell’Amore dell’incontro, e che come ci ha ricordato Papa Giovanni Paolo II, è racchiusa in Lui tutta la felicità che da sempre tanto cerchiamo.

Marco