Dentro la morte, la Vita

“…Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome…”

Mai avrei immaginato tanto stupore pensando a quanto mi serbasse il futuro!

Ormai da troppo tempo la vita mi scivolava lentamente tra le dita giorno dopo giorno e io la lasciavo andare … Cinque anni prima per istinto di sopravvivenza, appena ne avevo avuta l’occasione, ero uscita di casa. Gli ultimi anni della mia vita in famiglia erano stati un incubo: nella memoria bruciavano ancora vividi i ricordi di violenze familiari, verbali e non e, come se non bastasse, negli ultimi anni di liceo, avanzava prepotente l’ipotesi di un possibile disturbo psichiatrico di mio padre. Ero iscritta all’università, lavoricchiavo con lo scopo di mantenermi e nel frattempo i miei genitori si stavano separando. Da anni cercavo di intorpidirmi la mente in svariati modi: avevo consapevolmente scelto la morte e ogni giorno ne prendevo sempre di più coscienza, ma ero troppo stanca, vuota e disillusa per riuscire a venirne fuori e mi ritrovavo immobile e sola a guardare scorrere il film in bianco e nero della mia vita.

Era fine ottobre e io ero in cerca dell’ennesimo posto di lavoro … Dio mi ha catapultata “d’inganno” in una missione giovani universitari: io, non credente e ferma sulle mie idee, in mezzo a frati, suore e ragazzi (categoria che fino ad allora era sempre stata oggetto di derisione da parte mia); insomma, ero in un film horror! … mai avrei pensato che potessero bastare solo dieci giorni per segnare una svolta decisiva nella mia vita!

Ricordo la sensazione del primo giorno con loro a tavola: sorridevano tutti, allegri e felici, tranne me.

Furono cinque giorni in cui il Signore mi stava facendo assaporare un po’ del Suo amore e la loro gioia rischiava di diventare una “roba” contagiosa! Nei seguenti cinque ebbi la certezza che quello che stavo vivendo era qualcosa di straordinario. Il mio cuore aveva ripreso a palpitare ed era stato riscaldato, come se avesse iniziato a dischiudersi con un calore che non avevo mai sentito.

In quei giorni uno dei padri che accompagnava la missione mi aveva lanciato la proposta del Capodanno in Assisi. Scesi il 31 Dicembre per rientrare il giorno dopo e durante il viaggio pensavo: “Ma che sto facendo? Se sono scesa fino a questo livello, sto proprio messa male!” . In piazza, prima di entrare in Basilica, in mezzo a tanta gente, incontravo una delle suore che avevo conosciuto in missione, che invitava la ragazza che stava con me, ad un corso dal 2 al 6 gennaio. Mi ci fermai io: il Signore mi aveva dato appuntamento lì per iniziare a guarirmi e il giorno dell’Epifania mi annunciava che Gesù era morto e risorto per salvare proprio me! Prendevo consapevolezza di avere un Padre che mi aveva attesa e cercata tanto: mi tendeva la mano e io mi ci aggrappavo con tutte quelle poche forze che mi rimanevano!

Da subito mi aveva posto accanto dei fratelli a guidarmi e ad accompagnarmi e sostenermi durante il cammino, perché sapeva che la strada era lunga e in salita ed io ero troppo debole per farcela da sola! Mi ha messo subito a servizio e mi ha fatto camminare sulle mie gambe azzoppate: ero claudicante, ma Lui mi sosteneva e mi faceva sentire figlia amata.

Ad un anno circa dalla missione quando, dopo la marcia francescana, capivo che la mia era una storia benedetta dalla misericordia del Padre, arrivava una notizia che mi fece tremare le ginocchia: un tumore in metastasi stava logorando lentamente mio padre, col quale avevo tagliato ogni contatto da molto tempo. Le problematiche che affliggevano i rapporti della mia famiglia mi prospettavano giorni difficili e dentro di me sentivo che il Signore aveva scelto la malattia per riscoprirci padre e figlia, chiudere col passato e scrivere un nuovo capitolo. Appena il lavoro me lo consentiva tornavo a casa e lo seguivo nell’excursus della terapia e, tra radio ed esami vari, scoprivo il significato della parola perdono (che già avevo sperimentato per prima sulla mia pelle) e “sia fatta la tua volontà”. Comprendevo che non era necessaria la grazia di una guarigione fisica, perché quell’esperienza già ci stava sanando e guarendo: Egli sa quando, se, cosa e come operare e non lascia mai nulla incompiuto.

Probabilmente non era ancora sufficiente per la mia testa dura. Infatti nel frattempo da mesi m’ intrattenevo in una relazione difficoltosa con una persona altrettanto difficoltosa. Di ritorno dalla marcia mi ritrovavo col cuore dilatato e m’imbattevo in una “strana forma d’amore”; in lui riconoscevo un mix di caratteristiche che da un lato mi attraevano e dall’altro mi consumavano. Dopo otto mesi aveva toccato il fondo e, in seguito a quel momento, capivo che ad attrarmi tanto erano state le sue povertà (forse insieme alle mie) e che quella relazione mi teneva legata e rendeva il mio cuore sempre più diviso. Imparavo grazie ad un “errore” la differenza tra l’amore che credi sia tale e invece quello che è vero ed autentico: è gratuito e profuma di libertà riempiendoti l’anima!

Era il tempo di Quaresima ed io avevo appena terminato il mio ultimo incarico lavorativo presso un importante multinazionale di abbigliamento: lavoro che non solo aveva assorbito gran parte del mio tempo e delle mie energie, ma che mi aveva portato anche a riflettere su chi ero e sull’importanza che stavo dando alla mia vita. Iniziavo a realizzare che non mi potevo accontentare di questo poco e contemporaneamente il mio cuore mi diceva nel profondo che quello era un tempo favorevole per affidarmi alla provvidenza. Abbandonavo così le redini delle mie certezze e Gli cedevo il timone della mia vita e, anche se non sapevo dove sarei approdata, avevo la certezza che sarebbe stato un porto speciale. Attendevo ed un’altra parola di quei giorni mi risuonava dentro come un eco: “Mi condusse poi verso l’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso Oriente… E vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro… Era un fiume che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute, erano acque navigabili, un fiume da non potersi navigare a guado… (Ez 47, 1-12)”.

Una settimana prima di Pasqua scoprivo così quanto è “pericoloso” il Signore e quanto bisogna stare attenti a quanto Gli si chiede, perché questa volta mi aveva proprio preso in parola!

Un giorno, finita la messa, mi sento chiamare dal frate assistente della mia fraternità che, sapendo che al momento non stavo lavorando, mi proponeva un servizio per il convento.

Spiegandomi che era stato contattato per una richiesta di accoglienza, per il periodo da Aprile a Giugno, per sei uomini africani rifugiati, e che si era già confrontato con il resto della fraternità al riguardo, era in attesa del loro benestare. Si richiedeva perciò una persona che si occupasse di loro nei mesi a venire. Dalle mie labbra uscì subito un sì, quasi senza riflettere, e pensai subito che era arrivato il momento per me di restituire l’amore gratuito che avevo ricevuto.

Trascorsi la notte in attesa e pensai che forse era così che si era sentita Maria, quando aveva ricevuto l’annuncio e continuavo a ripetermi: “Rallegrati, o piena di grazia, e non temere perché hai trovato grazia presso Dio.” (Lc 1,28-30). Allora lei rispose: “Eccomi, sono la Serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto.” (Lc 1, 38). E non: “Aspetta un momentino che qui mi stai sconvolgendo tutti i piani e io avevo programmato altro…”.

Cresceva in me la trepidazione per il nuovo giorno ed una buona notizia: due giorni dopo l’”annuncio” mi veniva confermato che il gruppo sarebbe arrivato il 12 Aprile.

Pioveva e li ho incontrati sulla soglia delle loro camere nel corridoio del convento destinato all’accoglienza al povero. Ricordo le loro facce, diverse fra loro per fisionomia, ma l’espressione inconfondibile era la stessa ed era l’insieme di stanchezza, paura e diffidenza.

Una certezza fu immediata: mi era stato affidato un dono fragile, che si chiama Animo Umano; un dono da coltivare, amandolo e custodendolo. Trascorrevano i giorni e pian piano iniziavamo a sentirci tutti parte della stessa famiglia.

Nel frattempo il corridoio ha accolto altri due uomini. Ad oggi ne accoglie un totale di nove e me, che cerco di destreggiarmi in questo splendido viaggio, pieno di traffico, di isole pedonali , di sosta e di marciapiedi da percorrere per mano da ormai nove mesi.

Sì, questo corridoio accoglie anche me: all’apparenza non mi manca nulla, ma è grazie a questi “piccoli” che non piacciono a questa società ghiotta di benessere, che mi riscopro sempre più bisognosa.

Tante volte cammino per la strada e mi domando perché la società rifiuti con tanta indifferenza i poveri, lasciandoli ai margini e alle periferie non solo delle strade, ma anche dei cuori. Una risposta l’ho trovata e potrebbe riassumerle tutte:” Perché loro fanno venire fuori tutte le nostre miserie, le sozzure e tutte le povertà che ci abitano. A loro Dio affida la capacità di far riaffiorare in noi la difficoltà di comprendere profondamente (e conseguentemente di applicare) la meravigliosa “voce del verbo amare”.

Non so perché il Signore abbia affidato a me questi pochi, ma preziosissimi talenti, ciò che so però è che è dato a me farli “girare” per farli fruttificare. Oggi come ieri, un balsamo per il cuore continua a rinnovarmi: “Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e buon frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete … (Gv 4, 35-36)”. E nel mentre, mi lascio forgiare l’animo affinché l’acqua che sgorga dall’interno del tempio, dopo averlo colmato, fuoriesca dalle sue mura dando vita alle terre aride circostanti, inondandole come un fiume in piena.

Marina